Biblioteca "Ettore Borghi" – ISTORECO

Il nostro libro del venerdì #22

Per capire la tragedia che fu il fascismo, oggi vi proponiamo una pubblicazione che racconta le conseguenze della dittatura nella nostra provincia: “Fascismo Omicida”, di Rolando Cavandoli.

L’apparire di questo secondo libretto di Cavandoli (il primo aveva per titolo Origini del fascismo a Reggio Emilia e provincia) segna un arricchimento ulteriore della indagine che si va conducendo in questi anni sul fenomeno fascista nella nostra provincia.

fascismo-omicida-reggio-emilia-provincia-1920-1943-6bb76e91-5503-4ac0-af07-54025b2ed150.jpg

CLICCA SULLA COPERTINA PER CERCARLO NEL NOSTRO CATALOGO!

Di questi brevi ma efficaci studi possono avvalersi quanti vogliano conoscere struttura e caratteristiche del fascismo nostrano soprattutto agli esordi.

Ma con “Fascismo omicida” l’autore, seguendo il dato cronologico dei decessi nel campo antifascista, spinge sia pure di sfuggita il suo sguardo su tutto l’arco del “Ventennio”.

Formula in proposito alcune interessanti osservazioni sulla “logica della violenza”, sulla “dottrina dell’omicidio”, sulla meccanica delle uccisioni e dell’azione per il salvataggio degli assassini, sulla complicità dello Stato, sulla fascistizzazione dell’apparato della Giustizia.

Egli ci fornisce anche documentate novizie sull’ azione, informativa e repressiva; notizie che caratterizzano un clima affatto sconosciuto in chi è nato in regime di libertà.

La sorveglianza capillare, casa per casa, della popolazione, al fine di impedire e reprimere le azioni antifasciste è persino i mormorii dei non pochi malcontenti, costituiva certo un forte ostacolo per gli avversari del regime.

Il partito fascista tendeva a trasformare ogni aderente in spia del proprio vicino, del proprio conoscente, del proprio familiare, e si può facilmente capire con quanta difficoltà, in quelle condizioni, la rete clandestina antifascista potesse sostenersi ed operare.

Comunque Cavandoli precisa la misura di questa difficoltà riferendo che nel ventennio 198 comunisti reggiani furono condannati dal Tribunale speciale, 128 furono inviati al confino e 124 ammoniti.

A questo quadro in cifre, manca il numero (che mai si conoscerà) di tutti coloro che hanno patito il carcere preventivo e poi sono stati rilasciati senza processo, di coloro che venivano carcerati in occasione del 10 maggio o di visite di alti personaggi a Reggio, di coloro a cui è stato intimato di lasciare il paese natale, dei fuorusciti, dei boicottati nel lavoro, dei bastonati, dei “ricinati”, ecc.

Ma a Cavandoli interessava essenzialmente trattare l’aspetto del fascismo omicida e si è soffermato pertanto sui nomi dei morti antifascisti, sulle circostanze della marre dei singoli, sulle situazioni generali del Paese in cui queste morti via via sono avvenute.

Vi contrappone un breve esame sui pretesi martiri fascisti e dimostra che quasi tutti costoro si trovavano nella posizione di aggressori nel momento in cui furono colpiti da uomini che si difendevano. Egli non ha cifre, come sarebbe stato auspicabile attendersi anche se è difficile incasellare i morti sotto una od un’altra voce, tanti e tali sono i “modi” in cui morirono gli antifascisti.

Tuttavia, chi voglia, riesce a stabilire con buona approssimazione l’entità delle perdite antifasciste dal 1921 in poi, perdite che secondo un nostro calcolo, fatto appunto sulla base delle notizie di Cavandoli, sono le seguenti: 29 uccisi dalle squadracce; 32 morti in seguito a percosse, 8 morti in carcere. Complessivamente 69 vittime, una cifra enorme se rapportata alle 5 perdite denunciate da parte fascista. Per la prima volta è possibile rendersi conto esattamente di questa grande sproporzione.

Le cifre citate hanno un loro triste significato: esisteva in molti lavoratori la volontà di difendere strenuamente le organizzazioni del proletariato, ma la lotta era impari perché avevano di fronte forze fasciste o parafasciste organizzate e armate, il cui piano era, viceversa quello di distruggerle senza badare al costo in vite umane.

Tale risultanza non è l’ultimo merito del libro di Cavandoli il cui titolo Fascismo omicida, alla luce di quei dati, assume il valore di una formula scientifica.

B8hsCfwB2k28KGrHqFgsEy15uTotJBM3UElQMh0_35

Antonio Piccinini, socialista, vittima della violenza fascista

Il nostro libro del martedì #23

“Scuola, intellettuali e identità nazionale nel pensiero di Antonio Gramsci”, a cura di Lorenzo Capitani e Roberto Villa, Gamberetti Editrice, 1999.

A quasi vent’anni dal convegno “Scuola Intellettuali e Identità  Nazionale nel pensiero di Antonio Gramsci” – svoltosi a Reggio Emilia 1’11 dicembre 1997, nell’ambito delle celebrazioni del bicentenario del Tricolore – la pubblicazione degli atti, importante contributo allo studio e alla riflessione del pensiero di Gramsci sui temi dell’ educazione e della pedagogia, offre l’opportunità di meditare sullo stato e sulle prospettive della cultura laica misurata attraverso la sfida che, almeno in Occidente, la “società dell’informazione” ha lanciato nei confronti della “società dell’apprendimento”.

9788879900379_0_0_300_80

FAI CLICK SULLA COPERTINA PER CERCARLO NEL CATALOGO!

Il volume ospita, oltre alla prefazione di Renato Zangheri e all’introduzione dei curatori Lorenzo Capitani e Roberto Villa, i saggi di Giulio Ferroni, Giorgio Baratta, Joseph Buttigieg, Mario Alighiero Manacorda, Fabio Frosini, Giano Accame e Dario Ragazzini. Un’intelligente appendice raccoglie una breve antologia di testi gramsciani sul tema della scuola e della cultura. La scuola oggi è percorsa al suo interno dalle riforme introdotte dal ministro Berlinguer e all’esterno dalla richiesta avanzata dai privati (ma leggasi cattolici) di accedere al finanziamento pubblico. Quindi una scuola pubblica e una privata. In questa sede, non intendo entrare nel merito della questione, pur ritenendo che di scuola privata non ce ne sia un gran bisogno, ma lasciare spazio alle problematiche di contenuto e di metodo che gli interventi ospitati nel libro sollevano in merito alla ‘natura’ che dovrebbe avere la scuola per istruire e formare i giovani. Nella pagina precedente: testo autografo di Antonio Gramsci.

La ‘questione scuola’ sottende tutta un’altra serie di problemi il primo dei quali risponde alla domanda “Quale democrazia?”. L’organizzazione scolastica, forzando un po’, è lo specchio dei «rapporti sociali di produzione» sia intellettuali sia materiali. Oggi, a esempio, è richiesta essenzialmente la conoscenza dell’inglese e dell’informatica. In questo senso si muove il saggio di Joseph Buttigieg che, dopo aver illustrato il dibattito sviluppatosi, a partire dagli anni ottanta, intorno alla formazione degli intellettuali negli Stati Uniti,scrive:

«L’attuale sistema educativo continua a educare i pochi a diventare i dirigenti (i leader) del futuro e i molti, cioè la stragrande maggioranza a diventare lavoratori efficienti e produttivi. È vero che molti lavoratori nel mondo moderno e postmoderno sono in un certo modo dei “professionisti” – cioè hanno ottenuto da qualche istituzione scolastica una qualifica o un diploma – ma questa è una parodia del vero senso dell’educazione. Oggi le stesse università sono diventate in gran parte delle scuole professionali. Che cosa significa questo per la democrazia?» (p. 72). Subito dopo cita un famoso passo di Gramsci: «Il moltiplicarsi di tipi scuola professionale tende ad eternare le differenze tradizionali, ma siccome; in queste differenze tende a suscitare stratificazioni interne, ecco che fa nascere l’impressione

di una tendenza democratica (…. ). Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un operaio manovale diventa qualificato, ma che ogni “cittadino” può diventare “governante” e che la società lo pone sia pure astrattamente, nelle condizioni di poterlo diventare (Q. XII, p. 1547)».

Questo è il filo rosso che percorre il volume (eccezione fatta per l’intervento di Accame rivolto alle ricerca delle origini gentiliane delpensiero di Gramsci) e che rimanda all’incipit del convegno: «La lotta contro la vecchia scuola era giusta, ma la riforma non era così semplice come pareva, non si trattava di schemi programmatici ma di uomini, e non degli uomini che immediatamente sono maestri, ma di tutto il complesso sociale di cui gli uomini sono espressione», incipit che viene così motivato dai curatori nella loro introduzione:

«Noi crediamo che la questione della scuola – se si vuole trovare una qualche realistica possibilità di soluzione – debba assumere, anche attraverso queste suggestioni, una dimensione essenzialmente culturale e politica, reclami cioè un’analisi critica serrata intorno al ruolo degli intellettuali e della progettualità politica, ben oltre i tecnicismi o i pedagogismi» (p.l9).

Queste indicazioni sono raccolte dai vari autori che riflettono sui “luoghi” . gramsciani quali intellettuale tradizionale e intellettuale organico, Rinascimento e Riforma, Stato e società civile, Americanismo efordismo, ecc., e individuano nel rapporto egemonia/consenso il nucleo centrale della riflessione gramsciana, sottolineando che ogni rapporto egemonico è un rapporto pedagogico. Da qui perciò la riflessione del Sardo sulla necessità di una scuola educativa e formativa alla base della quale porre un «’nuovo umanesimo’ legato allo sviluppo delle forze produttive. Dichiara infatti: “Bisognerà sostituire il greco e il latino come fulcro formativo della nuova scuola”. E accenna una prima definizione in un internum mentis che “dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza” o piuttosto che muove dalla “storia della scienza e della tecnica come base dell’educazione formativo storica della nuova scuola”» (Manacorda, p. -87). Che, semplificando, l’ «uomo nuovo» o moderno si potrebbe individuare nella figura di Leonardo, in una sintesi leonardesca dell’ingegnere americano, del filosofo tedesco e del politico francese «ovvero una sintesi reinterpretante della tecnica avanzata, del giacobinismo rivoluzionario e del marxismo» (Ragazzini, p. 121).

Filtrato da Ferroni l’intellettuale organico gramsciano diventa a partire dalla scuola l’intellettuale ecologico e civile «capace di coniugare appartenenza ed universalità, di condurre azioni responsabili per l’equilibrio della natura e della società, per il giusto scambio tra i soggetti del villaggio globale» (p. 26).

La realtà “post-fordista” determinata dalla società del non-lavoro può diventare in una cultura dell’economia un alleato del lavoro. «La “società dell’informazione” – scrive Baratta – può venir completata, arricchita e trasformata da una “società dell’apprendimento”. Potrebbe trovarsi qui tutto il disegno di novità e di civiltà – il sogno – contenuto nel processo-progetto di formazione di una cittadinanza europea» (p. 45). Allora, seguendo il ragionamento dello studioso – in contraddittorio con l’analisi di Trentin contenuta nel libro “La città del Lavoro. Sinistra e crisi del fordismo”, (Milano, 1997) – la flessibilità, concetto fatto proprio dalla “società dell’informazione” che lo restituisce al senso comune sotto forma di ‘folclore della filosofia’ (per dirla con Gramsci), necessiterebbe un’indagine approfondita capace di separare «per poterne studiare il nesso, il materiale dal culturale, l’empirico dall’ideologico». Che cosa c’è di più flessibile – si chiede lo studioso – di un «Leonardo da Vinci … divenuto uomo-massa?»

Per concludere, si potrebbe suggellare l’importante contributo del volume a una comprensione più alta del ruolo della scuola nell’equilibrio e nello sviluppo sociale rimarcando quanto della riflessione gramsciana potrebbe concorrere alla costruzione di una scuola educativa e formativa in grado di «liberare dalle illusioni, di educare alla concretezza e alla resistenza del reale» (Ferroni, p. 36). Speriamo.

Proiezione documentario “Era tutto molto naturale”

Mercoledì 26 aprile, all’interno della sala della Biblioteca “Ettore Borghi”, verrà proiettato il documentario “Era tutto molto naturale. Partigiani della Brigata Italia nella resistenza modenese”, di Giulia Bondi.

13529139_10153925213978999_6714963824565462280_n

“Non era un lavoro da eroine, capito? Era una cosa che veniva spontanea, perché ce n’era bisogno. Ma non è che ci sentissimo delle salvatrici della patria, ecco”.

8 settembre 1943 – 22 aprile 1945. Venti mesi di lotta clandestina, sofferenza e amicizia, con al collo un fazzoletto tricolore. Sei partigiani della Brigata Italia, alcuni dei quali protagonisti della Repubblica di Montefiorino, raccontano settant’anni dopo la loro Resistenza.

Molti di loro provengono dall’associazione modenese di Azione cattolica detta “Paradisino” e le loro prime idee antifasciste nascono dagli insegnamenti di don Marino Bergonzini. Altri sono amici d’infanzia nello stesso paese, Magreta, allora centro contadino disteso lungo il fiume Secchia. Altri ancora si conoscono in montagna, entrano nel battaglione “Claudio” guidato da Ermanno Gorrieri e stringono amicizie destinate a durare anni. Altri combattono in pianura, nella clandestinità, e alcuni non riusciranno a vedere il giorno della Liberazione.

Luigi Paganelli, Gabriele Amorth, Luciano e Nivarda Busani, Giuseppe Fogliani e Ivo Silingardi, rievocano nel documentario quella stagione di impegno, insieme a Gina Rossi, all’epoca giovane ragazza di Strinati, una borgata dell’Appennino reggiano nella cui casa vissero a lungo i “ribelli”, e a Giuliana Gorrieri, sorella del loro comandante “Claudio”. Alle loro memorie, a tratti sofferte, a tratti scanzonate, si affiancano le analisi degli storici Mirco Carrattieri e Claudio Silingardi.

Sostenuto dall’associazione partigiana Alpi con un crowdfunding che ha coinvolto oltre 40 produttori dal basso, il documentario si è avvalso di un contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena nell’ambito del progetto “70 anni liberi” promosso dall’Istituto storico di Modena. Contiene l’ultima intervista a don Ivo Silingardi, nel dopoguerra fondatore di numerose attività sociali nel territorio di Carpi, scomparso nella primavera 2016 all’età di 95 anni.

Al termine della proiezione seguiranno gli interventi della regista Giulia Bondi e di Massimo Storchi, storico di Istoreco.

Ecco il trailer del documentario:

Il nostro libro del venerdì #21

Laura Artioli, Ma il mito sono io. Storia delle storie di Lucia Sarzi, Aliberti editore, Roma 2012, pp. 428.

9788874249954_0_0_757_80

FAI CLICK SULLA COPERTINA PER CERCARLO NEL NOSTRO CATALOGO!

Laura Artioli fornisce, con questa ricerca sulla figura e sull’impegno politico di Lucia Sarzi, uno spaccato della vita e dell’impegno politico di una figura di primo piano del periodo resistenziale dell’area emiliano-lombarda. Il suo lavoro, documentato e ricco di riferimenti scritti e orali, consente di scoprire ed avvalorare un’esperienza atipica e non codificata com’è quella dell’attività della famiglia Sarzi, attori che interpretano e attualizzano testi di autori famosi, da D’Annunzio a Shakespeare, a Niccodemi e Testoni, fino a storie popolari rese addirittura in dialetto. Questo percorso, che si snoda tra paesi e città di Mantova, Cremona, Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena, è centrato sulla figura di Lucia Sarzi, fanciulla, ragazza e madre. Senza indulgere in facili apologie, Laura Artioli contestualizza ogni passaggio dell’esistenza di Lucia nelle vicende e nella realtà dell’epoca, fornendo così un quadro attendibile dei problemi e delle aspettative di una generazione. E consente di realizzare un’appropriata «filatura dei giudizi politici, la ricucitura dolorosa degli strappi e delle ferite, il consolidarsi dei miti e delle rimozioni», come ha scritto Lidia Menapace nella prefazione al libro. È dunque importante l’attenzione che Laura Artioli dedica ad una donna di teatro che sapeva irradiare parole (consistenti come il piombo, si potrebbe dire) anche lontano dalla scena e che dedica gli anni più belli della sua vita (fra i diciannove e i ventisei anni) alla cospirazione contro il regime e alla lotta clandestina, con ruoli sempre più importanti.

Ciò risalta in modo particolare perché confligge con la reiterata ritrosìa di Lucia Sarzi a vestire i panni della protagonista, nascondendo la sua passione politica dietro immaginifiche avventure di saltimbanchi che dovevano difendersi da «duri inverni, solitudini, squallide stanze d’affitto, enormi fatiche» ma anche da pesanti giudizi di dubbia moralità.

In questa revisione di giudizi e di storie la vicenda di Lucia è accomunata a quella di Otello e di tutti gli altri componenti la famiglia, proponendo il racconto delle vicissitudini degli Allegrini e dei Pellerani, guitti e burattinai con i quali i Sarzi condividono ampi stralci della loro vita nomade.

La storia conosciuta di Lucia, anche per quel che riguarda l’incontro della sua famiglia con quella dei Cervi e le due famiglie, Sarzi e Cervi, vivono in stretta correlazione eventi che conducono al tragico epilogo del dicembre 1943, è una storia di memorie non scritte, di ricordi postumi, di ricostruzioni fantasiose: perché di quegli anni non esistono documenti per la necessità di lasciare meno tracce possibili e sfuggire così ai controlli e alle censure. Laura Artioli supplisce a tale carenza documentale e ad una generale imprecisione storica con il raffronto di memorie raccolte in epoche e situazioni diverse e con la verifica diretta delle fonti e raccogliendo informazioni sui posti ove si sono svolti i fatti. Il risultato è un risarcimento attendibile e meritato, e toglie quell’aura favolistica e indeterminata che caratterizza racconti che si basano su «rimandi, rispecchiamenti, depistaggi».

Tra i tanti episodi che attraggono attenzione e curiosità il volume reca la descrizione, su basi memorialistiche, del tentativo di far evadere i fratelli Cervi dalla prigione. Lucia dapprima fa arrivare ai fratelli messaggi con le modalità della fuga scritti su bigliettini incorporati nelle spalline delle maniche dei vestiti, poi cerca di fare un calco della serratura della porta della cella con la terra, per far fare una chiave e aprirla. Tentativi che non ebbero successo, nonostante fosse stata individuata qualche disponibilità di collaborazione da parte del personale carcerario, in quanto la fucilazione fu effettuata prima del previsto. Anche tali episodi testimoniano la tenacia e l’ardimento che caratterizzarono la presenza di Lucia tra le file partigiane.

Inoltre, Laura Artioli porta un contributo chiarificatore sui rapporti di Lucia con Aldo Cervi e con il russo Tarassov, e rende palese la rilevanza del lavoro di collegamento come staffetta e di coordinamento di azioni della giovane donna. Ma riesce anche a far convivere, in una vicenda imperniata su una figura femminile, l’analisi di momenti di ordinarietà (l’attività quotidiana di una madre di famiglia, di una lavoratrice) e di straordinarietà (l’apporto alla lotta di liberazione), realizzando un’analisi storica con una struttura filologica propria, non mutuata sic et simpliciter da modelli caratteristici del maschile (come viene generalmente fatto). Tanto che Lidia Menapace auspica che il metodo storiografico adottato dal libro prenda vigore, forza e legittimità umana e politica anche per il futuro.

Lo consigliamo perché…

Questo lavoro di Laura Artioli ha preso le mosse, su proposta dell’Anpi di Reggio e di istoreco, da una ricerca svolta da Maria Giovanna Vannini su Lucia Sarzi e sulla sua epopea di strenua antifascista e resistente come tesi di laurea nel 1999-2000.

storia-delle-storie-di-lucia-sarzi_2

Il nostro libro del martedì #22

Non vi è periodo della nostra vicenda di popolo e di nazione che sia stato percorso, esplorato e descritto come e quanto quel terribile quinquennio della seconda guerra mondiale che va dal 1940 al 1945 e che coincide con la fase più eroica della Resistenza antifascista.

image_book

FAI CLICK SULLA COPERTINA PER CERCARLO IN BIBLIOTECA

Prima in chiave celebrativa e poi con più smagata riflessione critica, storiografi di vaglia o scrittori improvvisati, comandanti o fanti di quel singolare esercito alla macchia che fu il Corpo Volontari della Libertà, hanno consegnato a futura memoria un’enorme mole di testimonianze, di documenti, di volumi e di diari che da soli formano una ricca biblioteca. A riempirne gli scaffali hanno concorso, in notevole misura, le estese ricerche sulla Resistenza reggiana, tra le quali spicca ed eccelle la ponderosa opera di Guerrino Franzini. In essa sembra narrato ed esaurito ogni più minuto dettaglio sulla lotta di liberazione. Eppure, suolo e sottosuolo di quel periodo non è stato ancor tutto scavato. Nel corso del sessantennio nuovi studi, altri saggi, altri interventi hanno proposto nuovi aspetti e nuove fasi del pianeta Resistenza: valga a conferma il prezioso contributo di Teresa Vergalli Annuska con le sue Storie di una staffetta partigiana e valga soprattutto la più importante impresa editoriale del 2005 che va sotto il titolo Venti mesi per la Libertà. Si tratta di un volume di 430 pagine che si impone a prima vista per il pregevole impianto tipografico, per la ricca documentazione fotografica, per l’originale impaginazione, merito dell’editore Bertani di Cavriago. Se poi si considera il contenuto, non è certo con una modesta recensione che se ne può rendere l’ampiezza dei temi e delle informazioni. Basti dire che alla elaborazione dei testi hanno concorso, nell’ordine: Antonio Zambonelli (tre capitoli) Michele Bellelli (tre capitoli) Glauco Bertani, Giuseppe Giovanelli (tre capitoli) Michele Bellelli e Lella Vinsani, (due capitoli) Enrico Galavotti.

Storchipartigiani

Partigiani in Piazza del Monte

Lo consigliamo perché…

Questa serie di autori e la successiva appendice che comprende memorie inedite e le vicende resistenziali riassunte in ordine cronologico, sono già in grado di anticipare il disegno di vasto respiro che costituisce una nuova e più aggiornata della storiografia reggiana su quei venti mesi di fame, di dolore e di sangue. In essa si rivelano “le basi della nostra identità nazionale e democratica”, come afferma Giannetto Magnanini nella sua illuminante prefazione “basi costruite non solo con le armi in pugno ma fin dai lontani primordi della Resistenza antifascista, nella clandestinità, nelle carceri, nell’esilio”. Inoltre, nuova luce viene proiettata sulla deportazione di militari e civili italiani nei lager nazisti; sulle leggi razziali e sul calvario degli Ebrei; sui feroci eccidi perpetrati dai nazifascisti, tanto più estesi e feroci, quanto più andava crescendo la presenza di comunisti, socialisti e cattolici nelle file della resistenza, ivi compresa la partecipazione oscura ed eroica delle donne in prima linea o nelle retrovie. Vi sono capitoli che rimarranno vicende e protagonisti in parte noti. Altri, invece, descrivono ambienti e situazioni inedite, come i crudeli…retroscena della occupazione.

Il nostro libro del venerdì #20

Oggi vi presentiamo un classico della letteratura sulla resistenza: l’unico romanzo pubblicato vivente di Beppe Fenoglio: “Primavera di bellezza”, nell’edizione Garzanti del 1959.

$_35

FAI CLICK SULLA COPERTINA PER CERCARLO IN BIBLIOTECA!

 

Il romanzo ha come protagonista “Johnny”, omonimo del partigiano di un altro romanzo fenogliano, giovane piemontese arruolato nell’esercito come mortaista durante la seconda guerra mondiale. Gli alleati sono già sbarcati in Sicilia e Johnny e il suo reparto del corso ufficiali cercano di tenere duro in vista di una guerra apparentemente ormai agli sgoccioli. L’8 settembre 1943, il giorno dell’annuncio dell’Armistizio di Cassibile, coglie Johnny e compagni alla sprovvista, mentre sono di stanza in una Roma violata dai bombardamenti Alleati. Nel momento esatto dell’annuncio dell’Armistizio Johnny è di guardia con un plotone di soldati fuori città, lontano dagli eventi della Storia.

Il racconto del ritorno in una caserma abbandonata, spoglia e con un tappeto di divise grigio-verdi, rende bene l’idea del caos generato all’interno dei ranghi dell’esercito italiano. Nonostante la reazione di alcuni reparti fedeli al Re, Johnny decide che quella guerra ormai non gli riguarda più, o perlomeno non se fatta con le modalità classiche. La decisione del ritorno a casa dopo aver dismesso la divisa, lo obbliga a rischiare la vita tra rastrellamenti alle stazioni e le deportazioni o esecuzioni sui binari, con i ferrovieri improvvisati becchini.

Fortemente autobiografico, la scelta di diventare ribelle lo coglie a pochi chilometri da casa: potrebbe lasciar perdere tutto per riabbracciare i suoi cari, ma decide di impegnarsi nella lotta armata, mettendo a rischio la sua vita nella sua terra natale.

Lo consigliamo perché…

L’avvento dell’8 settembre 1943 come data ed episodio fondamentale per molte generazioni di italiani; il momento della scelta di vita da parte di un giovane, necessariamente portato alla ribellione: nella vicenda di Johnny, lo stesso protagonista dell’altro romanzo, Il partigiano Johnny, c’è tutta la realtà fascista in sfacelo; la sua “formazione” lo conduce non a una maturità felice ma al nulla di un mondo privo di senso. Primavera di bellezza (1959) è il terzo e ultimo libro pubblicato in vita da Beppe Fenoglio. “Il romanzo venne concepito e steso in lingua inglese. Il testo quale lo conoscono i lettori – dichiarò Fenoglio provocatoriamente – è quindi una mera traduzione”.

beppe-fenoglio-03

Il nostro libro del martedì #21

L. BOSI, L. GASPARINI, Durante Gallinari. Storia di una vita borghese in una città di provincia. Reggio Emilia, 1895-1972. Editore RS-Libri, 2012, pp. 115, 13,00 euro di giovanni Guidotti

«Il problema gravissimo che da anni assillava medici e cittadini, quello della costruzione di un ospedale, è risolto con un atto di liberalità… Non è da sottacere l’importanza dell’atto che servirà senz’altro d’esempio a quanti, come i fratelli Gallinari, sentono che la ricchezza può alleviare certe sofferenze e non è esclusivo mezzo di godimenti egoistici». («Reggio democratica», 10 giugno 1945). Viene spontaneo chiedersi, oggi, cosa sia rimasto, a Reggio Emilia come nel resto d’Italia, di quello spirito di «liberalità» che, tra le rovine della guerra, riuscì ad offrire una speranza. Ma non solo. Si tratta anche di una questione di cuore e di ingegno. La storia della famiglia reggiana Gallinari è l’espressione d’una identità che unisce il «saper fare» al senso civico, l’abilità negli affari all’inventiva, la capacità di sognare alla realtà. Questa è la «reggianità» contenuta nel volume Durante Gallinari. Storia di una vita borghese in una città di provincia. Reggio Emilia, 1895-1972 (RS-Libri, 2012), documentata testimonianza di un genius loci ritrovato negli archivi e nei ricordi di famiglia, raccontato con passione e in uno stile narrativo da Luisa Bosi e Laura Gasparini, commentato da una raccolta di immagini d’epoca.

Copertina-durante-gallinari-recto Web1162013111513

La storia inizia nel 1895 con la nascita di Durante Gallinari e col padre Grimaldo il quale, già nel primo decennio del Novecento, avvia l’attività industriale vinicola sul lato sinistro del viale della Stazione, poi viale 4 Novembre. Nasce così lo stabilimento dei fratelli Durante e Alfredo Gallinari, profondamente diversi tra loro nel carattere, ma complementari dal punto di vista professionale e artefici di un progetto agro-alimentare che oltrepassa in breve tempo i confini nazionali. Guidati nelle loro scelte da grande determinazione e da autentiche convinzioni liberali, riusciranno a superare i periodi difficilissimi della Grande Guerra, della successiva crisi economica e del regime fascista. Durante Gallinari, in particolare, ha nella moglie Amabile Catellani la compagna di vita ideale: una donna dolce e generosa, semplice e riservata, promotrice di numerose attività benefiche, tra cui quelle a favore del Cenacolo francescano e del vecchio ospedale Santa Maria. Al termine del conflitto mondiale ritroviamo la famiglia duramente colpita dalla scomparsa di Amabile, vittima del bombardamento del gennaio ’44, ma con l’azienda in piena attività, aperta sia alla ricostruzione che al futuro, sempre impegnata sul fronte imprenditoriale e in quello della solidarietà, con il sogno di costruire «il più grande e moderno ospedale del dopoguerra», il Santa Maria Nuova.

La ricerca delle due autrici affronta diversi punti oscuri della travagliata vicenda della sua realizzazione, iniziata nell’autunno del 1945 su disegno dell’architetto reggiano Enea Manfredini, per lungo tempo interrotta a causa di numerosi problemi di natura finanziaria, organizzativa, legale, politica ed anche famigliare, giunti a soluzione, per caparbia volontà dei Gallinari e delle istituzioni locali, vent’anni dopo, nel 1965. Il testo evidenzia in particolare l’importante ruolo assunto da Durante nel processo di edificazione del Santa Maria, spesso ricondotto unicamente al fratello Alfredo, e allo stesso tempo delinea alcune verità «scomode» che si presterebbero ad ulteriori considerazioni ed approfondimenti, senza nulla togliere all’originalità e al valore di un progetto nel quale la comunità reggiana, ancora oggi, può riconoscersi. La prefazione al volume, di Carlo Lusenti (assessore regionale alle politiche per la salute), tratta il tema con sensibilità e competenza, invitando a riflettere su come eravamo e su «ciò che dovremmo energicamente essere di nuovo».

SEGUI ISTORECO SUI SOCIAL

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: