Biblioteca "Ettore Borghi" – ISTORECO

Il nostro libro del venerdì #35

Con l’avvicinarsi dell’anniversario del 28 luglio dell’eccidio delle Reggiane, vi presentiamo il romanzo “Disegnava aerei” di Annamaria Giustardi, edito da Teorema,  che ha come protagonista un ragazzo di 16 anni, Osvaldo Notari, uno dei nove lavoratori delle Reggiane caduti durante la manifestazione per la pace il 28 luglio 1943.

S22C-6e17072111420_0001.jpg

FAI CLICK SULLA COPERTINA PER CERCARE IL LIBRO NEL CATALOGO!

Scritto per dare voce ad un lutto mai elaborato e mai abbastanza condiviso – condizione peraltro comune a molti altri lutti – racconta il sogno che, per il protagonista, diviene realtà dal novembre 1942 fino alla fine del luglio seguente: disegnare gli aerei all’Ufficio Avio delle Reggiane.

Il racconto si gioca su due piani di storia diversi che scorrono paralleli, si toccano e si incrociano fino a sovrapporsi nella tragedia. E’ la piccola storia del ragazzo Osvaldo che incontra la grande storia, quella che non si ferma, non ascolta e non vede, e prosegue la sua corsa fino all’esito finale.

Nel volume sono inseriti vari documenti originali delle Reggiane, risalenti a quel periodo e provenienti da Istoreco: si tratta di una raccolta di denunce, arresti, delazioni, relazioni di sabotaggi e scioperi, deferimenti ai tribunali speciali, assai suggestiva per far comprendere il clima di paura e di angoscia che regnava nella grande fabbrica. La pubblicazione del romanzo è stata supportata dallo Spi-Cgil di Reggio.

Giovedì 27 luglio Istoreco ricorda le vittime dell’eccidio nel 74° anniversario di quei fatti con una serata dedicata a coloro che sono morti mentre manifestavano per la pace, il pane e il lavoro.

Ecco il programma aperto a tutta la cittadinanza:

ore 18.45
-Ritrovo presso il Tecnopolo di Reggio Emilia
-Passeggiata guidata negli ex capannoni delle Officine Reggiane Cantiere Parco Innovazione, a cura di Stu Reggiane. Con Michele Bellelli e Alessandra Fontanesi di Istoreco
-Passeggiata su prenotazione: max 20 persone con abbigliamento adeguato per la visita a un cantiere (scarpe chiuse, calzoni).
Prenotazioni entro il 25/7 via mail a michele.bellelli@istoreco.re.it

ore 21.00
Biblioteca Ettore Borghi Istoreco, via Dante 11
-Presentazione del libro fotografico “Reggiane” di Carlo Vannini
catalogo dell’omonima mostra promossa da  Vicolo Folletto Gallery con Andrea Casoli (Corsiero Editore), Marta Scalabrini e Tiziano Scalabrini (Vicolo Folletto Art Factories).

file_object_6490

Il nostro libro del martedì #35

Pubblicato in occasione del 60° della Liberazione in un progetto a sostegno delle celebrazioni nazionali, “60 testimonianze partigiane”, edito da Zoolibri in collaborazione con Anpi e Istituto Cervi, introdotto da Ermanno Detti, raccoglie brani di memorie partigiane da tutta Italia, affiancandole alle immagini di 30 grandi illustratori italiani.

60_Testimonianze

FAI CLICK SULLA COPERTINA PER CERCARLO NEL CATALOGO

“I ragazzi di Bari sentirono le stesse cose di quelli di Asti, gli scugnizzi di Napoli sentirono le stesse cose di quelli di Roma o di Imola, il sacerdote e la staffetta di Reggio Emilia sentirono quello che avevano sentito i contadini di Pesaro o di Gaeta. 

Sentirono, in sostanza, il sollievo per una guerra che stava per finire e compresero la necessità di accelerarne la fine in modo che i soldati sparsi in tutto il mondo potessero finalmente tornare alle loro case.

E sentirono allo stesso tempo che chi aveva dato inizio a quella guerra con l’intento di soffocare la libertà nel mondo doveva essere spazzato via. 

Le aspirazioni dei popoli di tutto il mondo ebbero quella volta la meglio. Come fu possibile questo comune sentire degli italiani?” (dall’introduzione di Ermanno Detti)

Le testimonianze riportate in questo libro sono scelte per contenuto, per contesto storico, per la loro unicità. Le vicende sono ambientate in diverse aree geografiche italiane (in città, in campagna, in montagna…) ed attraversano cronologicamente momenti storici fondamentale della storia d’Italia.

Gli argomenti sono selezionati per temi conduttori generali quali la paura e il coraggio, gli uomini e gli eroi, il mito e la realtà, la vita e la morte, gli uomini e le donne, gli occhi dei giovani e degli anziani…

Le testimonianze sono quasi interamente inedite, o pubblicate solo a livello locale, o solo su internet.

Gli autori delle sessanta testimonianze raccolte, trascritte ed illustrate in questo libro, sono uomini e donne più o meno conosciuti. Partigiani, partigiane, amici di partigiani, parenti di partigiani, eredi di partigiani, studiosi di partigiani, donne e uomini di tutte le estrazioni sociali che hanno conosciuto partigiani.

Le loro testimonianze dirette, narrate, scritte, registrate, sono diventate brevi racconti, che avranno nuova vita grazie alle interpretazioni degli illustratori con le loro tavole.

testimonianze

 

Il nostro libro del venerdì #34

RSLogo-bordeauxCLICCA SUL LOGO PER ABBONARTI A RS-RICERCHE STORICHE!

da “Ricerche Storiche”, 6/1968

RICO DA REGGIO, Arrivederci bella – (racconti romanzati di vita partigiana), Reggio Emilia, Tip. Tecnograf, 1968, pp. 259 – L. 2.000

È uscito recentemente :in ristampa, questo libro la cui prima tiratura si è esaurita in un tempo relativamente breve. Più che di racconti a sé stanti, si tratta di un lungo racconto giacché un filo, anche cronologico, unisce le vicende di almeno uno dei protagonisti, Carlo, un soldato che in seguito alle vicende dell’8 settembre 1943 si trova trapiantato nella zona di Massenzatico pur essendo friulano di nascita.

s-l225.jpg

Si tratta quindi di un libro di genere letterario che, a rigore, potrebbe non essere recensito in una rivista di storia. Ma fatti, personaggi e situazioni, sono per lo più quelli della pianura reggiana al tempo della occupazione tedesca e, in certo senso, la nostra segnalazione è doverosa. Rico da Reggio, si può dire, ha intessuto la trama del suo lavoro cercando di mettere a frutto le osservazioni dell’ambiente nel quale ha vissuto al tempo della guerra di Liberazione.

E lo ha fatto con piena partecipazione, cercando di far rivivere nelle sue pagine vari tipi di partigiani contadini, descrivendone atti e pensieri, in modo da rendere lo spirito che animava alcuni dei protagonisti di quella lotta, che si svolgeva :in forma clandestina, nella stessa zona occupata dai tedeschi, coadiuvati dai fascisti repubblichini.

Certi aspetti addirittura sembrano tratti tali e ,quali dalla realtà che circondava l’autore, in Massenzatico e località viciniori, ove la lotta partigiana, come avverte Rolando Cavandoli nella prefazione, si svolse con particolare intensità.

Si potrebbe citare ad esempio la ,tipografia clandestina, il disarmo degli avieri di Pratofontana, il ricupero di molte armi effettuato presso la Stazione di Rubiera, l’attacco al traffico nemico sulla via Emilia, le case di latitanza, i rifugi predisposti per accogliere i partigiani braccati ai fascisti, la solidarietà dei contadini, il pericolo delle spie, i rastrellamenti dei nazifascisti, le torture a Villa Cucchi ecc.

Anche i problemi di fondo vi appaiono tratteggiati, prevalentemente nei colloqui e nelle discussioni tra i vari ,personaggi. Colloqui e discussioni di sapore didascalico, attraverso i quali però l’autore, come in una specie di prontuario a botta e risposta, trova il modo di portare chiarezza sulle idee dibattute a quel tempo, tra i protagonisti della lotta e tra la popolazione.

Apprezzabili, tra l’,altro, certe descrizioni della vita contadina, alla quale l’.autore si accosta quasi con venerazione, da buon conoscitore ed amico della gente semplice. Il libro ha suscitato qualche critica malevola da parte di un giornale locale, il quale è giunto a dire che Rico da Reggio serve male la causa che vuol sostenere, cioè quella della Resistenza. Dissentiamo nettamente da questo giudizio.

Si può non apprezzare lo stile letterario ed anche la meccanica del racconto. Anche a nostro avviso qualcosa non quadra, come ad esempio l’inserimento stridente dell’elemento favolistico laddove i polli parlano e riflettono; della lunghissima quanto ingiustificata elucubrazione del parroco che si fa partigiano; del finale scopertamente simbolistico e di gusto discutibile.

Ma questi ed altri difetti non intaccano minimamente il chiarissimo intento dell’autore, che è quello di far conoscere (c’è chi lo fa oggi anche coi fumetti) la guerra di Liberazione nella nostra pianura e la situazione nelle campagne in quel tragico periodo, con semplicità di mezzi e con una tecnica assai diversa da quella di un saggio, necessariamente meno analitico dei sentimenti umani e quindi meno comunicativo e appassionante.

Ci pare che il libro di Rico da Reggio possa essere utilmente letto da larghi strati popolari, i quali solitamente non osano e non possono accostarsi alla letteratura della Resistenza di alto livdlo.

È bene che ci siano di Arpino, i Cassola, i Fenoglio e i Calvino per chi ha una preparazione culturale che permette di apprezzare le finezze letterarie e filologiche, le originalità e novità del linguaggio.

Ma ci vuole anche chi sappia farsi comprendere dall’operaio, dalla casalinga, dal contadino. Altrimenti l'”elevazione culturale delle masse popolari” di cui tutti parlano non avrà senso e permarrà la fratturo tra le élite intellettuali, e il popolo delle cui epopee essi amano farsi interpreti.

Gli anziani di queste categorie popolari, sentiranno in Rico da Reggio un interprete sincero e fedele della loro vita vissuta e i giovani, che non sono tutti studenti (ricordiamolo ogni tanto), possono solo attraverso questi tipi di lettura, conoscere con relativa facilità quel fenomeno che si chiama Resistenza e lotta di Liberazione, che un giorno ebbe per protagonisti i loro padri e per teatro la loro terra.

E non ci sembra cosa di poco conto.

L’autore di quest’opera popolare ha portato un suo particolare contributo in questo senso, e noi dobbiamo essergliene grati.

Il nostro libro del martedì #34

RSLogo-bordeauxCLICCA SUL LOGO PER ABBONARTI A RS-RICERCHE STORICHE!

PAOLO BONACINI, Brigata Katiuscia, Mirabilia editore, Reggio Emilia 2010, pp. 294, 18,00 euro

Nella sua terza avventura Corrado Grisendi, il giornalista protagonista di altre narrazioni di Bonacini, si deve confrontare con Reggio Emilia, una città che non conosce e che inizia ad «imparare» attraverso un piccolo caso di cronaca, legato ad un passato lontano nel tempo, le vicende della lotta di liberazione nelle campagne del forese cittadino.

9788889993125_0_0_300_80

FAI CLICK SULLA COPERTINA PER CERCARE IL LIBRO NEL CATALOGO!

Rispecchiando vicende degli ultimi anni, Bonacini conduce il suo personaggio a riscoprire l’umanità di una generazione che dovette confrontarsi con la durezza e le atrocità di una guerra anche civile, una guerra che non finì all’improvviso con l’arrivo degli alleati e la conquista delle città da parte delle brigate partigiane ma che ha continuato a lasciare tracce nascoste ma profonde nei tanti protagonisti del tempo. Oltre sessant’anni dopo quei giovani, quelli rimasti, sono anziani, soli, quasi perduti in una campagna mutata radicalmente ma ancora portatori di quei dolori, di quelle speranze deluse, di rimorsi e sentimenti forse mai confessati. Come ripercorrere quelle vite, come rispettare quei sentimenti sembra essere il problema che Bonacini pone al suo protagonista, in una società dove i mass media sembrano cercare solo lo scoop, la notizia clamorosa, la polemica usa e getta in chiave politica, poco importa se questo comporta lo stravolgimento non solo delle sensibilità personali ma della stessa vicenda storica, riscritta ogni volta a seconda delle necessità.

In una vicenda dove la storia si lega alla cronaca (una croce piantata per ricordare un fascista ucciso e la ricerca della salma) Brigata Katiuscia ripercorre la realtà di una banda partigiana, dei suoi membri, dei sentimenti, della violenza di quei venti mesi di lotta, diventata una «storia che non passa» e che un giovane dei giorni nostri si trova ad affrontare senza adeguati strumenti storici e culturali. L’incontro con i due giovani del ’45, che la vita e le atrocità subite ha diviso, Tom e Neve, spinge ad una riflessione che può essere declinata su più percorsi. Il primo è quello immediatamente storico: come ricostruire le vite degli altri senza esserne direttamente coinvolti, non solo a livello professionale ma, soprattutto, umano. Parafrasando un ormai consunto slogan legato proprio alle grottesche vicende reggiane degli anni ’90, l’autore esorta a un «chi non sa taccia», come comprendere i fatti senza leggere la storia nella sua interezza e complessità? Come costituire tribunali volanti sui media chiamando alla sbarra persone di cui, in realtà, i giudici di turno non sanno nulla?

Ma anche dal punto di vista di chi opera nei media il romanzo pone un interrogativo non secondario: fino a che punto essere il semplice tramite di notizie, raccolte con le approssimazioni appena accennate, e non intervenire con la propria coscienza e valutazione, mettendo al primo posto il rispetto delle storie personali, magari a scapito della «verità» o del titolo di prima pagina da offrire a un pubblico sempre meno attento e informato?

Questioni di metodo, si direbbe, ma anche questioni di cuore quando Bonacini ci conduce con delicatezza e quasi pudore alla scoperta di un amore fra quei giovani di allora, oggi anziani, un amore interrotto ma mai sopito, un amore fatto di silenzio e di ricordi, un amore che la violenza e il rimorso ha reso impossibile, decidendo delle vite di Tom e Neve ma che continua ad unirli in modo sotterraneo, un sentimento al quale sarà proprio il giornalista protagonista della vicenda ad offrire l’ultima possibilità.

Brigata Katiuscia esplora i terreni della narrazione storica ricordandoci quanto la Resistenza abbia inciso nelle vite di un’intera generazione ma anche come, sotto il profilo narrativo e mitopoietico, essa rappresenti un’occasione parzialmente perduta nella costruzione di un epos popolare in grado di superare la monumentalizzazione che tanti danni ha fatto alla trasmissione dei suoi valori. La Resistenza avrebbe potuto essere per vicende e ricchezza di umanità, nell’immaginario popolare, quello che l’epopea del FarWest è stato per gli Stati Uniti, la complessità della vicenda politica italiana lo ha impedito. Raccontare le debolezze, la dolorosa umanità di quella generazione consente, seppur sessant’anni dopo, di recuperare qualche misura di consapevolezza di quella vicenda, riportando gli «eroi» alla loro quotidianità, di ragazzi allora, di anziani oggi.

Massimo Storchi

Il nostro libro del venerdì #33

C.S. CAPOGRECO, Il piombo e l’argento. La vera storia del partigiano Facio, Donzelli editore, Roma 2007,  pp. 232, euro 24,50

La Resistenza è stata fatta da uomini in carne e ossa, non da divinità alate o da super uomini affrancati da qualsiasi possibilità di compiere il «male», capaci di compiere gesta eroiche immuni da qualsiasi meschinità «terrene». Punto.

facio.jpg

FAI CLICK SULLA COPERTINA DEL LIBRO PER CERCARLO NEL CATALOGO!

Se questa operazione, e faccio un po’ di storia controffattuale, di «umanizzazione» dei partigiani e di riconoscimento delle contraddizioni, degli sbagli commessi e delle ombre che hanno aleggiato per troppo tempo su alcuni episodi che hanno visto vittime partigiani colpiti da altri partigiani (ricordiamo qui per tutti Mario Simonazzi Azor), fosse stata compiuta al tempo debito, forse/probabilmente l’impatto mediatico di libri mediocri e scandalistici alla Pansa non avrebbero avuto l’impatto che tutti hanno constatato, e che sicuramente si constaterà ancora. Gli autori sarebbero stati condannati per i delitti commessi, un compito della magistratura.

Il libro di Capogreco affronta un caso diverso da quello sopra ricordato, ma altrettanto tragico. Dante Castellucci Facio, di origine calabrese (Sant’Agata d’Esaro, CS, 1920) viene fucilato da partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi spezzine il 22 luglio 1944 con l’accusa di essersi appropriato, durante uno dei lanci alleato, di una piastra di mortaio. Per Capogreco un meschino pretesto per eliminare una figura che era di ostacolo ai disegni di potere che alcuni partigiani  comunisti avevano in programma.

Colpo di scena: il 19 maggio 1963, con una cerimonia ufficiale, Facio viene decorato di medaglia d’argento al valor militare. «Scoperto dal nemico – si legge nella motivazione – si difendeva strenuamente, sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi, veniva ucciso sul posto».

L’Autore, non a torto, definisce l’assegnazione della medaglia un «capolavoro di ipocrisia» (p. 142). Tuttavia, ancora nel 1968, nell’Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, curata da Pietro Secchia ed Enzo Nizza, il nome di Dante Castellucci è ignorato, come lo è nella descrizione della famosa ed epica battaglia del lago Santo (Parma, 16 marzo 1944), dove a comandare il «Picelli», era proprio il comandante Facio. E nel film di Gianni Puccini, I sette fratelli Cervi,  ricorda ancora l’A., Castellucci «è un personaggio sminuito, e inverosimile (in alcuni passaggi pressoché una macchietta) che sarebbe stato al confino di Ventotene e persino nella guerra di Spagna…» (p. 143). Ma che cosa centra Castellucci coi Cervi? L’Autore ce lo racconta nei primi capitoli, quando il confinato Otello Sarzi conobbe Castellucci a Sant’Agata d’Esaro nel 1940, seguendolo poi nelle diverse vicessitudini personali: la guerra lo porta sul fronte francese, sua terra d’adozione, mentre l’Armistizio lo troverà in terra reggiana nella compagnia di artisti girovaghi Sarzi Madadini (un altro nome: Lucia Sarzi…). E tramite Otello e Lucia entrerà alla «corte» dei Cervi fino al tragico epilogo che li dividerà: i Cervi fucilati al poligono, Castellucci, spacciatosi per soldato francese, nel carcere di Parma, dal quale riuscirà a evadere, ripreso, fuggirà di nuovo – poco prima della fucilazione dei Fratelli di Campegine – per unirsi alla formazione partigiana, vicino a Giustizia e Libertà, del Picelli, con la quale opererà tra l’Appennino parmense, toscano e ligure. E dove troverà la morte per mano, come si è detto, di partigiani garibaldini.

In questa sede, noi ci limitiamo a ricordare i passaggi, per così dire, più «macroscopici», perché l’intera vicenda umana, politica e militare di Castellucci – cui è dedicata le prima parte del volume – è raccontata da Capogreco in uno stile che al rigore delle fonti (con alcune eccezioni che più oltre segnaleremo) unisce indubbie qualità letterarie che danno al lavoro un taglio narrativo e il sapore del «giallo».

E se abbiamo rivelato le motivazione che hanno indotto l’A. a scrivere della vita di Castellucci, suo conterraneo, non abbiamo intenzione, invece, di anticipare le trame che hanno irretito tragicamente, secondo Capogreco, il giovane comandante partigiano calabrese. Entrano in gioco i rapporti fra formazioni di diverso orientamento politico, ambizioni personali di un commissario politico (Antonio Cabrelli), la necessità di una riorganizzazione delle formazioni anche a scapito degli uomini che avevano iniziato la Resistenza (su questo tema si vedano i lavori di Santo Peli).

Una sola questione rimane, a nostro avviso, in sospeso a proposito di alcune fonti e l’A. non ce ne voglia. Il Comitato militare del pci reggiano (non ancora gap) avrebbe decretato la condanna a morte di Castellucci perché l’evasione da Parma dopo i vari arresti, sarebbe stata organizzata dagli stessi carcerieri nazifascisti e quindi Facio sarebbe diventato un potenziale pericolo per la giovane organizzazione resistenziale. Una spia, in sintesi. Come un complotto sarebbe stata l’uccisione del segretario comunale di Bagnolo in Piano (RE) Onfiani da parte dei Gruppi sportivi, per eliminiare i Cervi già in carcere, invisi per la loro indisciplina o per altri motivi ai comandi comunisti reggiani. Le uniche fonti che Capogreco cita a questo proposito sono la testimonianza di Otello Sarzi a Pier Luigi Ghiggini e a lui stesso e il libro di Liano Fanti, Una storia di campagna. Vita e morte dei fratelli Cervi. Ci paiono fonti un po’ deboli deboli, ma è solo un opinione…

Il volume è completato da dieci interviste a testimoni, fra i quali Laura Seghettini, che a Castellucci fu anche legata sentimentalmente e che lo ha accompagnato fino alla morte, Otello Sarzi e Maria Cervi.

L’apparato documentario è corposo: ai documenti è unita un’ampia bibliografia e al termine del volume l’indice dei nomi e dei luoghi rende agevole la consultazione del libro. Infine il lavoro è corredato da trentatrè foto fuori testo.

Glauco Bertani

 

 

da RS- Ricerche Storiche n. 103 aprile 2007

RSLogo-bordeaux

CLICCA SUL LOGO PER ABBONARTI A RS-RICERCHE STORICHE!

Il nostro libro del martedì #33

L. Baldissara (a cura di), Tempi di conflitti, tempi di crisi. Contesti e pratiche del conflitto sociale a Reggio Emilia nei «lunghi anni Settanta», L’Ancora del Mediterraneo, Napoli-Roma, 2008, pp. 571, 30 €

Il volume che raccoglie gli esiti di una ricerca promossa dal Centro Studi R60 affronta il problema di una lettura storiografica degli anni Settanta, letti attraverso l’osservatorio reggiano, osservatorio privilegiato per la ricchezza e la complessità dei fenomeni politici e sociali che in quegli anni seppero esprimersi proprio nella nostra provincia. Un decennio di grandi movimenti sociali, di trasformazioni antropologiche e anche, purtroppo, di un’esplosione della violenza politica che ebbe proprio nel nostro territorio uno dei suoi punti di elaborazione ed avvio. Gli anni Settanta letti come come frattura cronologica, segnata dalla crisi del modello capitalistico e dalla crisi della politica incapace di dare risposte adeguate alle istanze di partecipazione innescate dalle lotte studentesche ed operaie.

Un periodo di grande dinamicità per affrontare il quale, come Baldissara suggerisce nella introduzione (corredata anche da una «bussola bibliografica» di grande utilità), è necessario «volgere lo sguardo a quegli anni come a delle rapide, attraverso le quali lo scorrere dei processi storici viene repentinamente accelerato, e dove la pendenza e la velocità imprimono un vorticoso rimescolamento ai fenomeni sociali e politici, alle dinamiche economiche ed istituzionali, provocando il precipitare di quei processi verso esiti poco prima ancora inaspettati e inimmaginabili, aprendo nuovi scenari e mutando i fondamenti su cui poggia l’ordine della società».

Ma la lettura che le varie ricerche propongono assume una dimensione necessariamente allargata, per approfondire il periodo in questione anche alla luce di un percorso avviato nel dopoguerra e che trova nella svolta del 1959 il suo punto di accelerazione quando il pci con la Conferenza regionale, che segnò l’adesione, pur in sensibile ritardo, alle posizioni dell’VIII Congresso nazionale del 1956, accettò di governare lo sviluppo, la «grande trasformazione», non solo tramite quel corporativismo municipale che si esprimeva in promozione localistica e protezione comunitaria ma perché si capì subito (o quasi) che la crescita economica era nello stesso tempo la precondizione necessaria dell’emancipazione delle classi popolari e il tramite di avvicinamento tra classe operaia e ceti medi. Una scelta che riesce a conciliare l’identità comunista con la modernità dirompente, riuscendo a costruire quel «modello emiliano» che, non a caso viene proposto come esempio/alternativa ad una crescita che produca lacerazioni, fratture e ingiustizie sociali.

La ricerca si snoda attraverso tre grandi filoni tematici (economia e società, sindacato e istituzioni, politica e culture) che riescono ad attraversare gran parte dei fenomeni che la provincia reggiana seppe esprimere in quegli anni in termini di innovazione e capacità di progetto, dalla ristrutturazione industriale allo sviluppo della piccola impresa, dalla centralità del «comune democratico» alla crisi economica e i ritardi del sindacato, dalla militanza nella stagione dei movimenti alla elaborazione di innovative politiche culturali in sintonia con quanto di più avanzato si stava producendo nell’effervescente scenario internazionale.

RSLogo-bordeauxCLICCA SUL LOGO PER ABBONARTI A RS-RICERCHE STORICHE!

Il nostro libro del venerdì #32

RSLogo-bordeaux.jpg

CLICCA SUL LOGO DI RS-RICERCHE STORICHE PER SCOPRIRE COME ABBONARTI!

Questa recensione è tratta dal numero di RS- Ricerche Storiche n. 94 giugno 2004

Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce – L’internamento civile nell’Italia fascista
(1940-1943), Einaudi, Torino 2004.

Le ragioni e l’importanza di questo libro – che davvero «colma una lacuna” – saranno immediatamente comprese adottando un ordine di lettura in un certo senso capovolto. Consigliamo, infatti, di partire dalla «mappatura dei campi”, perché questa (apparente) appendice fornisce da sola e senza filtri un insieme di elementi che rendono palpabile la natura del fenomeno studiato: diffusione territoriale, tipologie insediative, categorie di soggetti interessati, diversità nei modi di gestione e nelle condizioni materiali.

9788806167813_0_0_309_80

FAI CLICK SULLA COPERTINA DEL LIBRO PER CERCARLO NEL CATALOGO DELLA BIBLIOTECA!

Si apprende così che il solo «internamento civile regolamentare”, gestito dal ministero dell’Interno, si estendeva a quarantotto luoghi: diciannove in Abruzzo-Molise, sei nelle Marche, cinque nel Lazio, quattro in Campania e Puglia, tre in Toscana, due in Emilia-Romagna e Sicilia, uno ciascuna Umbria, Basilicata e Calabria (ma quest’ultimo è il rilevantissimo Ferramonti di Tarsia). L’accurato censimento di queste situazioni consente di estrapolare l’altra mappa – quella mentale e disciplinare – con cui il regime catalogava le persone a cui voleva impedire di nuocere: antifascisti (<<italiani pericolosi”), ebrei apolidi o stranieri, cittadini di paesi in guerra contro l’Asse (<<sudditi nemici,,)’ ecc. Alcuni casi (primo fra tutti Ventotene) documentano la continuità fra confino ed internamento; ed a questo proposito è di particolare interesse la riluttanza ed il grave ritardo con cui, dopo la caduta del fascismo, il governo Badoglio dispose la liberazione dei politici antifascisti e degli internati stranieri (per questi ultimi la circolare Senise, attuativa di clausole dell’armistizio, fu diramata solo il 10 settembre 1943, con ovvie differenze nella sua applicazione, dato il generale marasma).
Alle popolazioni di lingua jugoslava (sloveni, croati, montenegrini) erano poi dedicati campi specifici in siti nazionali (nove; cui ne vanno aggiunti tre per «allogeni” italiani) o nei territori ex jugoslavi annessi (quattro, fra cui quello famigerato di Arbe/Rab, dove – conclude Capogreco cifre alla mano – la percentuale dei decessi rispetto alla popolazione internata fu superiore a quella del Lager di Buchenwald). Sarebbe superfluo insistere sul grande peso di queste informazioni per smentire l’immagine bonaria dell’Italia fascista, se questo tema fortemente sensibile e rivelatore non risultasse latitante dalla memoria ufficiale, rimosso dalla coscienza comune e sottovalutato dalla cultura accademica. Il rapporto con le popolazioni al di là o immediatamente al di qua del «confine orientale” risulta, già dai dati raccolti in questa ricerca, governato da un’intenzione coerente e da un progetto organico, per il quale non è sprecata la qualifica (almeno) di «genocidio culturale: dalle vessatorie discriminazioni delle minoranze croata e slovena annesse alla popolazione italiana dopo la prima guerra mondiale, all’aggressione e spartizione della Jugoslavia, alla deportazione di interi gruppi famigliari, comprese donne e bambini, sottoposti nei campi ad un trattamento inumano dal punto di vista igienico ed alimentare; come dire la causa forse intenzionale, certo consapevole, di una tremenda falcidie per malattie infettive ed inedia.
La sintetica cronologia dei principali atti e provvedimenti normativi (che l’A. estende dal 1926 ai primi atti della Repubblica sociale) evidenzia le radici e la continuità del progetto segregativo fascista: dai «sovversivi» dell’antifascismo, agli allogeni, agli zingari, agli ebrei. Ed è amaro, ma non sorprendente, cogliere elementi di continuità anche dopo il 25 luglio ’43; si consideri ad esempio la disposizione Senise del 2 agosto, che libera da Ventotene gli ebrei italiani, a patto che non siano anarchici o comunisti!
Dunque pur mantenendo ferma l’indagine – come appare nel sottotitolo – al periodo bellico e limitatamente al «normale” periodo fascista 0940-43), quando ancora al regime competeva la qualità di uno stato sovrano, Capogreco allarga il suo sguardo a una gamma di riferimenti informativi e critici che ne fanno una storia di più generale e vasta portata. Questa dilatazione fa sì che un complesso di fatti sinora misconosciuti o comunque privi di una ricostruzioni d’insieme vengano considerati alla luce di un duplice scrupolo: di distinzione e di contestualizzazione.
A queste finalità adempie soprattutto il primo capitolo (Una ricognizione preliminare), in cui un’attenta analisi comparativa, estesa ad epoche lontane o anche remote, consente di evitare che si confondano le carte in tavola, come accadrebbe se non si facesse i conti con certe oscillazioni semantiche nella pubblicistica usuale (tra termini come «deportazione” ed «internamento”, per fare un esempio) o non si valutassero sine ira ac studio i differenti livelli di oggettiva importanza e gravità dei fenomeni. Certo, vengono anche messe in luce le affinità fra figure distanti nello spazio e nel tempo, ma evitando con cura ogni livellante semplificazione (si veda, ad esempio, l’affermazione che, rispetto ai Lager e ai Gulag, «se non fosse per la loro primogenitura, i campi coloniali ci apparirebbero oggi come un episodio del tutto secondario).
Questo genere di argomenti, si sa, appare a livello massmediatico particolarmente affollato: accademici convertiti in «firme” sui grandi quotidiani o in presenze obbligate in televisione, giornalisti «autorevoli” assurti a dimensione di storici su qualsiasi argomento venga voglia di interpellarli, divulgatori che frequentano la storia recente per confezionare best-sellers. Tutto un affanno per il presunto inedito ed inaudito, tutta una vociante pretesa di svelare misteri colpevolmente tenuti nascosti.
Capogreco risponde con un libro che, contro la prudenza solitamente necessaria e con riguardo alla relatività di certi termini in ogni scienza interpretativa, potremmo definire «definitivo” sul problema considerato: l’ampia e documentata ricognizione dei fatti sulle fonti archivistiche, sorretta da un’amplissima bibliografia, ne fanno un’opera solidamente scientifica ed allontanano ogni indulgenza al sensazionalismo, che pure troverebbe nella materia un alimento sovrabbondante. Come s’è detto, l’attenzione dell’Autore è rivolta piuttosto a ricostruire contesti: politici, normativi (anche internazionali), sociali, di prassi tecnico-amministrativa. Ed a restituirci la concretezza delle circostanze. E esattamente l’operazione opposta a quella che l’imperversante uso politico della storia ci sta abituando a subire.

Ettore Borghi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: