Biblioteca "Ettore Borghi" – ISTORECO

Il nostro libro del venerdì #31

«Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo». È certamente stato questo, uno degli adagi più famosi del filosofo George Santayana, a guidare l’autore nel redigere questa «guida».

Alle spalle della linea gotica. Storie, luoghi, musei di guerra e Resistenza in Emilia-Romagna“, di Claudio Silingardi, è un lavoro, com’è diligentemente spiegato nella prima parte del libro dedicata alla contestualizzazione storica, che intende spingersi oltre rispetto alle raccolte, ampiamente circolanti nel territorio emiliano-romagnolo, a uso prettamente turistico dedicate ai «luoghi della memoria» della Seconda guerra mondiale e della Resistenza.

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Un baedeker della geografia memoriale dell’Emilia-Romagna, dunque, che della «guida turistica» ha mantenuto la carta lucida, l’impostazione grafica, l’abbondante utilizzo delle fotografie, l’ausilio di strumenti come le cartine. Ma che si è posto l’obiettivo – e ci pare lo abbia conseguito – di interpretare il «luogo» nei suoi aspetti spaziali e temporali come la chiave plastica per una comprensione più compiuta dei processi e dei soggetti che hanno contraddistinto la guerra guerreggiata e il conflitto civile «al di qua» della linea Gotica.

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LA LINEA GOTICA

In questa prospettiva, pertanto, vanno ricomprese le parti dedicate alle vicende dell’internamento e della deportazione che si soffermano sui luoghi della persecuzione antiebraica (Bologna, Modena e Reggio Emilia) e quelle dedicate ai musei ebraici di Bologna, Soragna e Ferrara. Così come quelle che si interessano al museo del combattente di Modena, al campo di polizia e di transito di Fossoli e all’esperienza di Villa Emma. Va da sé che le parti più estese del volume sono quelle dedicate alla violenza fascista e nazista (Ferrara, Monte Sole), ai rastrellamenti nelle province di Parma e Piacenza, a Bologna – non a caso definita «una città in guerra» –, al museo consacrato alla famiglia Cervi di Gattatico e alla Repubblica di Montefiorino. Un’attenzione particolare, poi, è stata dedicata alla ricostruzione degli itinerari dei sentieri partigiani sugli appennini e nelle zone lagunari. Un’utile cronologia e una breve bibliografia ragionata concludono il lavoro di Silingardi.

Un libro, quindi, che approfittando della decennale consuetudine dell’autore con le tematiche specifiche rappresenta un imprescindibile strumento per ricostruire con dovizia di particolari non solo le vicende belliche e civili degli anni resistenziali ma che, allo stesso tempo, permette una rilettura dei processi socio-culturali che in Emilia-Romagna più che in altre regioni hanno fondato e via via rielaborato il rapporto fra territorio e memoria, fra luogo e identità, fra storia e comunità.

Marzia Maccaferri

Il nostro libro del martedì #31

“Quel che resta…Storie di Guerra e di Resistenza” è un delicato omaggio che Guidotti, con tratto lieve, rende a un mondo neppure sommerso, ma in gran parte scomparso. O forse ancora vivo solo in sterili dispute politiche.

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Storie vere velate con l’occultamento dei personaggi reali che hanno compiuto le azioni raccontate quasi mai in presa diretta ma attraverso l’uso della Memoria. O evocata attraverso dialoghi fra chi c’era allora e chi è giovane oggi. O chiamando sul palcoscenico fantasmi. O facendo scontrare chi vorrebbe che la Resistenza fosse storia presente e chi invece vorrebbe diluirla in una storia ove i confini fra libertà e dittatura, fra chi torturò e chi fu torturato fossero indistinguibili. Fra questi personaggi ci sono anche gli aguzzini nazifascisti e partigiani uccisi da altri partigiani all’indomani della Liberazione. Senza sconti. E di partigiani condannati senza colpa. Chi conosce però un minimo la storia che va dal settembre 1943 al 25 aprile 1945 e oltre saprà, come un gioco, ridare ai protagonisti di questo elegante esercizio di memoria nomi e cognomi.

Uno svelamento che lasciamo ai lettori dell’agile libretto. Guidotti ingaggia una lotta corpo a corpo con la memoria di un passato che vorrebbe invece presente non tanto per nostalgia ma per omaggio a coloro che furono protagonisti di quell’epopea. Una memoria che insegna, che educa al sacrificio per il bene comune. E per raccontare questa storia divisa in racconti l’autore, che la percepisce come assenza, si affida a una scrittura crepuscolare, e quindi mai ridondante. Una scrittura riflessiva senza scatti. Una scrittura come può essere lo sci di fondo rispetto alla discesa libera. Né grimpeur né velocista ma regolare passista che si gode, con gli occhi velati di lacrime trasparenti, il panorama una pedalata dopo l’altra.

Il nostro libro del venerdì #30

Una ponderosa e puntuale ricostruzione di una realtà storica, qual è stato il rinnovato fascismo della Repubblica sociale italiana a seguito del rientro in Italia di Mussolini una volta liberato dalla prigionia di Campo Imperatore da un ardito blitz tedesco del 12 settembre 1943 sino alla Liberazione del 25 aprile 1945.
Questa è in estrema sintesi l’opera di ricerca storica “Il volto del nemico. Fascisti e partigiani alla guerra civile, Modena 1943-1945”, che costituisce un vero e proprio unicum anche a livello nazionale.

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L’autore Giovanni Fantozzi si è già reso noto ed apprezzato per precedenti ricerche storiche inerenti vicende del dopoguerra e anche della guerra: nel 1990 Vittime dell’odio. L’ordine pubblico a Modena dopo la Liberazione,1943-1946 e nel 2006 Monchio 18 marzo
1944. L’esempio che è la più accurata e completa descrizione dei misfatti compiuti nel marzo del 1944 con ben 131 civili trucidati in quel di Monchio, Costrignano e Susano, al tempo comune di Montefiorino e 22, essi pure civili, tra cui anche l’anziano parroco don Pigozzi, a Cervarolo di Villa Minozzo dai militari tedeschi della Hermann Göring.
Dopo un’ampia prima parte sulla realtà politica, sociale ed economica di Modena e
provincia che prende inizio sin dalla fine del Ducato austro-estense e dall’Unità nazionale ed arriva agli anni sempre più difficili della guerra in cui il fascismo nel 1940 aveva coinvolto l’Italia si giunge ad una parte seconda tutta dedicata al fascismo repubblicano ed alle sue molte e contrastanti anime, dai moderati ai violenti, dai continuatori del vecchio fascismo agli innovatori repubblicani e rivoluzionari, i cosiddetti «fascisti rossi o di sinistra». Quest’ultima componente prendeva origine dall’ambiente irrequieto del Guf e darà vita al periodico «Valanga Repubblicana» diretto da Rino Lavini, il cui «bersaglio più diretto e feroce di ogni attacco resta comunque il capitalismo che, dopo esser stato responsabile dello scatenamento del conflitto, tenta, per il tramite dell’alleanza con il comunismo reazionario, di mantenere i propri privilegi ai danni delle classi lavoratrici».
Interessanti poi i capitoli dedicati sia ai funzionari prefettizi ed ai capi provincia, così infatti vennero ribattezzati i prefetti del Regno: questi sono combattuti tra il lealismo alla Rsi, nuova entità pubblica da cui dipendono ed il necessario «doppio gioco» o convivenza
con il movimento resistenziale che per i funzionari più accorti rappresenta il futuro politico del dopoguerra, ritenendosi ineluttabile la sconfitta della Germania nazista.

Parimenti interessante, anche perché riempie un vuoto nella ricerca storica, è il capitolo dedicato al «precario equilibrio» degli amministratori dei comuni, podestà o commissari prefettizi.
Significativa è la specifica attenzione a due podestà dei comuni di Zocca e Nonantola che, nominati nel ruolo prima del 25 luglio 1943, continueranno nella funzione ininterrottamente sino alla Liberazione. Entrambi nel periodo ovviamente stringeranno buoni rapporti con la Resistenza.
Un capitolo è dedicato all’esercito della Rsi voluto espressamente da Mussolini con la chiamata alle armi obbligatoria di intere classi di giovani. La decisione lasciò perplesse le autorità tedesche che limitarono il loro addestramento in Germania a 57.000 unità, delle quali solo 12.000 potevano essere reclutate tra i militari del Regio esercito internati in Germania dopo l’otto settembre 1943. Vennero così costituite quattro divisioni (Monterosa, Littorio, Italia, e San Marco) che videro al loro rientro in Italia molte diserzioni anche perché vennero utilizzate contro i partigiani: solo l’«Italia» venne utilizzata in Garfagnana a Barga contro la divisione usa «Buffalo» costituita da neri.
Oltre all’esercito di leva la Rsi dette vita a corpi armati volontari come la Guardia
nazionale repubblicana, cui aderirono prevalentemente a ex-componenti della disciolta
Milizia volontaria per la sicurezza nazionale.
Alla Gnr presto si affiancò una vera e propria pletora di altri corpi armati di volontari
come il battaglione bersaglieri «Mussolini» di Verona, la Decima Mas di Junio Valerio Borghese, le SS italiane e le «ausiliarie» il primo reparto militare femminile della nostra storia.
Nell’estate del 1944 a seguito dell’avanzata alleata che libererà Roma e tutta l’Italia centrale tutte queste formazioni verranno sostituite dalle Brigate nere, e cioè dalla militarizzazione del partito fascista repubblicano.

Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alla lotta armata in montagna tra partigiani e forze armate tedesche appoggiate anche da formazioni militari della Rsi, con particolar riguardo alla operazione tedesca denominata «Wallenstein» che, tra la fine di luglio ed i primi giorni dell’agosto 1944 scompaginerà le forze partigiane che avevano dato vita alla Repubblica di Montefiorino comprendente i comuni montani reggiano-modenesi tra il Secchia e il Dolo. Pari attenzione è dedicata anche alla guerriglia partigiana nella pianura modenese.
Nel marzo del 1945 gli eserciti alleati sferrano l’ultimo attacco alla Linea gotica, sfondandola nella pianura romagnola sul fiume Senio. Nel successivo aprile gli alleati passano all’offensiva anche sugli Appennini, liberando il 14 aprile il comune di Montese.
E di qui la precipitosa fuga verso nord sia dei tedeschi che della Brigata nera, che vagheggiava quest’ultima una resistenza finale nel cosiddetto, ma nei fatti inesistente, Ridotto della Valtellina.
L’epilogo del libro è poi dedicato alle violenze del dopo 25 Aprile: «per oltre un anno e mezzo vendette ed esecuzioni sommarie a sfondo politico insanguineranno il modenese, e con maggiore o minore intensità tutta l’area emiliana».

Degna di nota è la scrupolosa ricerca delle fonti con particolar riguardo all’operato dopo la Liberazione delle Corti straordinarie di assise che giudicheranno, anche commiando
la pena di morte, quadri politici e militari della Rsi. Vanno anche citate per la loro novità le pagine in appendice con l’indicazione sia dei quadri dirigenti del fascio repubblicano, comune per comune, e la cronologia delle rappresaglie ed esecuzioni sia tedesche che fasciste, ed anche di quelle attuate congiuntamente.

Danilo Morini

Il nostro libro del martedì #30

«Un libro voluto dalle donne, che parla di donne e raccontato da donne»: così può essere sintetizzata questa esperienza di ricostruzione storica dell’attività del «movimento delle donne» negli anni Settanta a Reggio Emilia. Già questa soluzione definitoria individua il limite dell’opera “Creatrici di Storia. Il movimento delle donne reggiane degli anni Settanta nel ricordo di alcune protagoniste” di Anna Appari ed Elisabetta Salvini: espressione di singole, seppur qualificate, voci, ma non dell’intera realtà interessata; megafono di proposte genere nell’azione e nelle interpretazioni memoriali di alcune protagoniste. Di questo limite si avverte costantemente la presenza, rivelato dall’uso prevalente dell’io narrante, quasi che la Storia della collettività locale e nazionale fosse racchiusa nell’esperienza di ogni persona. È pur vero che sull’attività del femminismo (termine abusato per indicare una partizione di genere, non certo parità e uguaglianza dei sessi) non esistono molti documenti, e le fonti sono soprattutto orali. Tanto che Nadia Caiti s’era dedicata a intervistare persone che avevano partecipato alle vicende politiche degli anni Settanta, e più in generale al dopoguerra reggiano. Supplendo così a scarsità di fonti e lottando contro lo svanire – anche per motivi anagrafici – dei ricordi. Di questo va dato merito a Nadia Caiti, come ha fatto Elisabetta Salvini e come risulta da altre «storie» che in questi anni si sono avvalse della sua opera di raccolta e catalogazione.

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Meritoria è anche l’azione di supporto che il Comune di Reggio Emilia ha fornito, unitamente alla Fondazione «Manodori», per la pubblicazione del volume. Sarebbe opportuno che tali attenzioni fossero spese con maggior ampiezza, secondo un piano preordinato di valorizzazione e di divulgazione di opere dedicate al territorio e ai suoi figli migliori. Ma questo è un tema che meriterebbe altre trattazioni, involgendo temi e modi d’approccio che paiono non essere nel DNA della gestione della cosa pubblica, quindi di tutti i cittadini.

Due, in sostanza, sono i contributi su cui si basa la ricerca: quello di Elisabetta Salvini che affronta il difficile rapporto con l’UDI e il PCI: fu scelta una strada «assolutamente intimistica e il più lontano possibile dalle istituzioni politiche che, al contrario, vennero rinnegate e duramente criticate»; l’altro di Anna Appari che incentra la sua attenzione sulla nascita e sul funzionamento dei consultori femminili.
Il contributo di Elisabetta Salvini, invero, è il più consistente, quanto a entità e a temi affrontati: essa infatti descrive l’approdo e il consolidarsi di iniziative femministe a Reggio Emilia, attraverso i collettivi, l’autocoscienza e l’autodeterminazione. Ma, recuperando i materiali di Nadia Caiti, effettua anche una panoramica coinvolgente sulla
partecipazione delle donne all’attività sindacale, attraverso i coordinamenti intercategoriali.
Ed offre alle protagoniste citate una meritata ribalta, inducendo a riflettere sulla consistenza di un fenomeno di cui, oggi, si è forse persa coscienza. Il volume, che reca la presentazione di Natalia Maramotti, propone un’intrigante prefazione di Daniela Brancati la quale, dopo aver descritto la sua partecipazione ai movimenti femministi, riconoscendone limiti ed errori, consegna alle nuove generazioni la convinzione di aver fatto qualcosa per cui valeva la pena di vivere. Ed offre una giustificazione a chi crede che i ricordi sovvertano la storia, «raccontandone una più vera e più palpitante».
Il volume riporta anche le immagini di una manifestazione pubblica che il 13 aprile 1976 le donne dell’UDI e dei collettivi femministi organizzarono per contrastare l’approvazione di una legge che prevedeva ancora l’aborto come reato. Laura Artioli offre, inoltre, una riflessione avvincente sul suo coinvolgimento nella breve stagione del femminismo e sulla scarsa considerazione che pare caratterizzare la presenza delle donne nella conclamata conquista di pari opportunità nella politica. Ingenuo e acerbo l’impianto grafico del volume.

Carlo Pellacani

Il nostro libro del venerdì #27

Giunge, a diciassette anni di distanza dalla precedente, la quinta edizione di Paura all’alba, il romanzo autobiografico di Arrigo Benedetti ormai introvabile che descrive con vivezza e con puntigliosa precisione fatti e protagonisti della Resistenza reggiana.

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Benedetti, lucchese d’origine, si trova a Gazzano di Villa Minozzo nel periodo più virulento della lotta partigiana e di quelle giornate descrive, con fedeltà cronachistica da grande giornalista e con verve letteraria da scrittore di talento, gli usi e le consuetudini della gente della montagna, e gli eventi bellici che lo portano ad essere imprigionato (e condannato a morte) per avere aiutato soldati in fuga e esponenti delle formazioni partigiane. L’autore ci offre il resoconto dettagliato dell’esperienza umana ed esistenziale irripetibile di cui è protagonista nella cella del carcere (ove convive con Alcide Cervi, ancora ignaro della tragica sorte dei suoi sette figli) e della liberazione dall’incubo delle sevizie e della morte per mano della milizia fascista grazie ai bombardamenti alleati. Lo scampato pericolo consente a Benedetti di confermare l’attendibilità dello spessore valoriale della popolazione con cui si confronta durante il lungo e disagiato ritorno sui monti, ma non lo affranca dal dover rendicontare il dolore per l’efferatezza del barbaro eccidio che verrà compiuto a Cervarolo, sulla costa montana poco distante da Gazzano.

Ed è proprio su questa cronaca struggente che si conclude il romanzo di Benedetti, quasi a suggellare una storia che ha riferimenti familiari e affettivi in una terra dove lo scrittore riposa dopo la morte, assieme alla moglie Rina e al figlio Alberto. Il romanzo uscì la prima volta nel 1945 (e già allora fu oggetto di tre ristampe), poi è stato riedito nel 1965, nel 1976 e nel 1995. L’edizione attuale, anche se esce con qualche ritardo rispetto alla ricorrenza del centenario della nascita dello scrittore, supplisce alla carenza di qualsiasi risarcimento, in ambito reggiano, dell’opera e della figura di questo protagonista d’eccezione del giornalismo italiano che ha vissuto in Gazzano di Villaminozzo vicende drammatiche che ne hanno segnato l’attività di scrittore e di giornalista.
Il volume reca la prefazione di Carlo Gregoretti (che succedette a Benedetti alla guida dell’«Europeo» e ne ha ereditato il mestiere di giornalista) e una postfazione di Alberto Marchi (autore di L’ostinazione laica. L’esperienza giornalistica di Arrigo Benedetti, già recensito su queste pagine, cfr. «RS – Ricerche Storiche» n. 113 del settembre 2011) che effettua un ampio regesto critico sullo scrittore. Presentato a Reggio Emilia (Università di Modena e Reggio) e a Lucca (Fondazione Banca del Monte di Lucca) nell’ottobre 2012 con il concorso di studiosi e di giornalisti, la riedizione, a cura di Elisa Pellacani, dispone del patrocinio del Centro europeo di studi «Arrigo Benedetti» e di Istoreco.
Si tratta di un’opera che merita di essere ulteriormente divulgata, sia per la sua indiscutibile qualità letteraria (Oreste Del Buono la definì «il più bel romanzo di un giornalista che era nato per fare lo scrittore»), sia per la narrazione di vicende che – seppur note – acquistano nel resoconto di Benedetti un taglio avvincente che incide sulle coscienze di quanti si riconoscono in ideali di libertà e di democrazia. Per queste caratteristiche l’opera costituisce un riferimento insostituibile per quanti s’interroghino sulla storia della nostra terra e sull’esigenza di perseguire l’affrancamento da condizioni inique di vita per i singoli e per la comunità.

Franco Notari

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Il nostro libro del martedì #29

A sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, il dibattito sull’interpretazione dei drammatici avvenimenti che hanno contraddistinto i venti mesi compresi tra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la fine dell’aprile 1945 è ancora vivo: fu lotta di liberazione, guerra civile, scontro di classe? Una fonte autentica per sapere che cosa muoveva gli animi dei combattenti della Resistenza è costituita dai messaggi indirizzati ai familiari nell’imminenza dell’esecuzione o durante il penoso trasferimento verso i campi di sterminio del Reich contenuti in “Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della resistenza, 1943-1945”, di Mimmo Franzinelli, edito da Mondadori.

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Questo libro raccoglie le lettere di cento partigiani trucidati dai fascisti o dai tedeschi e di quaranta tra oppositori politici ed ebrei stroncati dalla deportazione.
Il volume si situa a più di cinquant’anni di distanza dalle celebri Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, curate da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli per l’editore Einaudi, nel 1952. Da un lato, rispetto al classico einaudiano, il volume di Franzinelli si pone in una prospettiva di integrazione per ciò che concerne la scelta del materiale documentario: accanto a novanta lettere di fucilati, infatti, vengono prese in considerazione sia la categoria dei deportati nei lager tedeschi per motivi razziali e politici, sia quella dei testamenti spirituali – rispettivamente con quaranta e dieci testi, per un totale di centoquaranta documenti. Si trova poi in questi messaggi, in queste lettere prevalentemente di giovani; figli, mariti, fidanzati, che si rivolgono alla madre, alla fidanzata, alla moglie, ai figli, una scrupolosissima attenzione filologica che accompagna la selezione e la riproduzione dei testi, affrontate sistematicamente a partire non da successive trascrizioni, spesso viziate da alterazioni e imprecisioni di diversa natura, ma dagli esemplari originali: ciò mantenendo gli eventuali, frequenti errori di grammatica e di sintassi che vi compaiono, i quali possono derivare tanto da una scarsa frequentazione del condannato con la scrittura, quanto dagli effetti fisici della tortura o dallo sgomento provato a poche ore dalla morte. La scelta dei documenti ha cercato un’equilibrata rappresentazione delle classi sociali impegnate nel movimento di resistenza: preponderanza di contadini e operai, quindi impiegati, studenti, artigiani, militari, intellettuali (per quanto riguarda l’età, si va dai 16 ai 25 anni per due terzi dei trucidati presi in esame). Inoltre, l’indagine sui profili biografici dei morituri – volta alla preparazione delle schede personali che il curatore ha meritoriamente affiancato a ciascuna lettera – ha osservato sempre criteri impostati alla massima trasparenza e completezza. Chi sfogli questo volume trarrà, probabilmente, una sensazione di omogeneità: centoquaranta profili biografici suddivisi in quattro sezioni, con le foto degli autori, come se ad ogni condannato a morte o internato in un lager venisse offerta la possibilità di un’ultima lettera, di un commiato: in realtà diverse migliaia di partigiani e di civili sono stati uccisi senza poter rivolgere l’estremo saluto ai familiari e i loro corpi dispersi, vivi solo nel ricordo dei loro cari.
Si è discusso e si discute pretestuosamente di equiparazioni e riconciliazioni.
Simili discorsi – ovviamente neppure pensabili altrove in Europa – cesserebbero di avere statuto nel dibattito pubblico della nostra nazione, se solo si tornasse a prestare ascolto alle voci, irriducibilmente contrastanti, di coloro che si vorrebbe equiparare e riconciliare. In questo senso il libro di Franzinelli ci induce a un «ritorno alle fonti» quanto mai salutare: è un libro che ha inteso accettare, prima di altre, la «sfida contro l’oblio» e che esce in segno di «dolorosa riconoscenza» nei confronti «di chi è stato ucciso per essersi opposto alla dittatura fascista e all’occupazione nazista». È illuminante il confronto – sostenuto da numerosi esempi empirici – che il curatore propone, nell’Introduzione, fra le ultime lettere dei caduti della Resistenza e quelle di chi è morto combattendo nelle file della Repubblica sociale. I secondi in cui riuscivano a scrivere ai propri cari piuttosto regolarmente; il messaggio essenziale che comunicavano era la loro permanenza in vita tra un’azione di guerra e l’altra. I primi non scrivevano per non mettere parenti e amici a rischio di ritorsione; quando lo facevano – ammesso che fosse dato loro il permesso, cosa nient’affatto scontata – era per trasmettere la notizia della loro morte imminente. Terreno comune, negli epistolari dei due schieramenti, si riscontra solo nella dimensione privata del lutto, nel dolore che pervade il congedo dai parenti e dalle persone amate: il dato affettivo è quello dominante in entrambi i casi, come ripetute sono anche le espressioni di fede religiosa.
I messaggi più toccanti sono quelli rivolti ai figli, sia dai condannati a morte che dai deportati; alcune lettere dovranno attendere anni prima di essere lette e comprese dal destinatario. L’ultima lettera rappresenta una prova molto dura per il condannato, una sfida con se stesso per trovare il coraggio di staccarsi da tutti gli affetti, per togliersi dalla mente l’idea di un futuro, per sé. Il messaggio che ci viene oggi dalla lettura di queste lettere pone degli interrogativi morali di grande spessore: anche se l’attuale società non ha nulla in comune con quella contro cui gli scriventi si sono ribellati; cosa abbiamo fatto della società che ci hanno affidato? Cosa abbiamo fatto del loro ideale di solidarietà? Che significato abbiamo dato alla loro morte?

Lella Vinsani

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Il nostro libro del martedì #28

Ho avuto il piacere di leggere in tedesco a Berlino In Italia sono tutti maschi, di Luca de Santis e Sara Colaone, Kappa Edizioni del 2010.

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Seduto in un bar del quartiere omosessuale nella capitale che fu già del nazionalsocialismo, chi scrive non riusciva a percepire la ridondanza irritante provocata oggi dalla lettura in lingua originale (la nostra) di questa interessante graphic novel nel Paese deputato: se in Germania gli omosessuali sono stati torturati e chiusi nei campi di concentramento, in Italia Mussolini li ha confinati, affamati e messi al bando, come vergogna nazionale da dimenticare. E se in Germania alla luce di tanta sofferenza l’emancipazione omosessuale è giunta in Parlamento a condividere le sorti politiche di quel paese, nel nostro la sorte omosessuale resta in bilico, tra fatalità clericale e malizia laica di governi pavidi. Gli autori di quest’opera, Luca de Santis e Sara Colaone, hanno dato nel 2010 alle stampe per i tipi Kappa Edizioni uno scrigno prezioso d’informazioni poco note ai più nel territorio italiano, sia del tempo cui questa novella è ambientata, sia del carattere sociale importante, che l’omosessualità ha sempre avuto, come dato naturale da stigma a queste latitudini. In Germania il finale di quest’opera si stempera nell’insieme di tante altre storie conosciute e in parte a lieto fine, la stessa opera in patria emerge invece ridondante dal mucchio di narrazioni memoriali, lasciando tanto amaro nel cuore, perché dopo l’ultima pagina il lettore procede pur sempre su di un dizionario italiano carente, ritardato, volutamente approssimativo; lasciato a se stesso al di fuori di ogni programmazione. In una parola: stivato. «Siamo disperati, brigadiè e quando si è disperati ci si può prendere il lusso di essere quello che si vuole», dice Antonio Angelicola, detto Ninella, eroe della storia, mandato al confino nel 1939 dopo un processo sommario per pederastia – «…con grande pregiudizio per la moralità pubblica e integrità della stirpe» (ergo «Italica») secondo la sentenza letta dal questore fascista. Braccati, tratti in trappola con l’inganno dalla polizia, picchiati, arrestati, umiliati e mandati in poche ore al confino, tutti questi ragazzi nel pieno della loro vitalità furono strappati così alla loro vita e mandati – nel caso di questa storia – all’isola di San Domino, nell’arcipelago delle Tremiti. Tra costoro Ninella, che fa il sarto di professione, conoscerà tanti come lui, provenienti dal resto d’Italia, uniti entro una familiare convivenza fatta di scherzi, provocazioni, ripicche e imboscate. Il lusso di esser quel che si vuole nella disperazione della prigionia, anche in tal caso portò come nei campi di concentramento e nei ghetti alla comunanza d’abiezione dei prigionieri con gli aguzzini. E se in preda a un cliché sull’omosessualità, si potrebbe ridere sotto i baffi, pensando malignamente a quanto si saranno divertiti in un’isola tutta per loro, la verità è che hanno sofferto la fame e le violenze anche sessuali, cui i brigadieri guardiani in verità li costrinsero, sotto ricattato e fuori da ogni legge.

Le vicende raccontate in questo libro sono tutte vere e raccolte in un’unica trama, che amareggia nel racconto tragico che il vecchio Ninella fa decenni dopo, nel nostro tempo presente (!) a una troupe di giornalisti, tratteggiati dagli autori con benevolenza, nella loro mestierante indelicatezza. Sono stati circa quattrocento gli internati, privati non solo della loro dignità ma di una legislazione che potesse tutelarne quantomeno la salute, i diritti che ogni prigioniero dovrebbe avere. Gli schiavi nelle galee erano destinati ad affondare con le navi durante le battaglie navali dell’Impero, gli schiavi nel Ventennio a cinque spregevoli lire al giorno erano gli omosessuali nelle officine, sartorie e spacci dell’esilio ad affondare lentamente nelle sabbie mobili del fascismo.

Salvatore Trapani

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