Biblioteca "Ettore Borghi" – ISTORECO

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Chiusura estiva biblioteca

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Avvisiamo gli utenti che la biblioteca, seguendo la chiusura d’Istituto, rimarrà chiusa per le ferie estive da domani 2 agosto e riaprirà mercoledì 16 agosto. Anche la rubrica dei consigli di lettura interromperà le sue pubblicazioni.

Buone vacanze e buone letture da tutto lo staff della Biblioteca Ettore Borghi!

Il nostro libro del venerdì #36

“Il cronista passa – è il suo mestiere – dal Transatlantico di Montecitorio a una fabbrica occupata, dall’intervista a un segretario di partito alla partecipazione a una manifestazione di donne a difesa della legge 194. Il cronista – è il suo mestiere – registra o cerca di registrare non solo gli eventi politici, ma anche gli umori, i sentimenti, le speranze di coloro che saranno i destinatari (o le vittime, in alcuni casi) di quelle scelte.

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Questo “Diario italiano”, edito da Laterza, che inizia il 14 gennaio del 1976 e arriva al 2006, non ha la pretesa di rappresentare un compendio della vita politica di questi anni. Miriam Mafai, scrittrice, giornalista e politica italiana, scomparsa nel 2012, in questo “diario” si propone di offrire al lettore una raccolta d immagini, fotografie di uomini e donne che in modi diversi sono stati, magari per un giorno soltanto, protagonisti della storia o della cronaca. Per chi vuole rileggere gli avvenimenti di quegli anni e interpretarli con gli occhi del presente questo è un libro perfetto per questo scopo: le pagine del “diario” scandiscono, attraverso gli editoriali della Mafai, le vicende che hanno interessato 30 anni di vita della società italiana. Pagine di diario, dunque, che registrano, sia pure con la rapidità e l’approssimazione di una istantanea, trent’anni della nostra vita. Sempre con la fretta imposta dal nostro lavoro ma sempre, mi sembra di poter dire, con onestà.”

Il nostro libro del martedì #36

Il 25 luglio 1943 cadeva ufficialmente il regime fascista in Italia, ormai moribondo sotto l’avanzare delle truppe alleate che stavano risalendo la penisola. Con la destituzione e arresto di Mussolini ecco che inizia il regime Badoglio: quando quel 25 luglio cade il fascismo, dopo un primo momento di euforia, nessuno si illudeva che le cose sarebbero rapidamente cambiate. Anche a Reggio Emilia, quello di Badoglio fu la naturale prosecuzione del regime fascista e il saggio che vi presentiamo oggi, “Il regime Badoglio a Reggio Emilia. 25 luglio – 8 settembre 1943”, di Giannetto Magnanini, illustra con chiarezza e dovizia di particolari quei 45 giorni: le speranze e illusioni suscitate dalla caduta di Mussolini nutrite dai reggiani furono comuni al resto d’Italia, per questo la descrizione fatta dall’autore, sia pure con la propria specificità, può essere emblematica di quanto avvenuto in molte parti del Paese.

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L’analisi delle singole componenti politiche fatta dall’autore ci illustra la complessità e le difficoltà che attraversarono tutti gli schieramenti nel confrontarsi nel sulla situazione operatisi con la caduta del fascismo. La precisione con cui le vicende sono ricostruite, quasi ora per ora, ci consente, se non altro, di superare la visione provvidenziale e quasi mitica di un periodo di “prove generali” in cui le forze antifasciste, attive dopo l’Armistizio, avrebbero iniziato a costruire il proprio percorso attraverso quella che sarebbe stata la lotta armata.

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I festeggiamenti per la caduta di Mussolini a Reggio Emilia

Il nostro libro del venerdì #35

Con l’avvicinarsi dell’anniversario del 28 luglio dell’eccidio delle Reggiane, vi presentiamo il romanzo “Disegnava aerei” di Annamaria Giustardi, edito da Teorema,  che ha come protagonista un ragazzo di 16 anni, Osvaldo Notari, uno dei nove lavoratori delle Reggiane caduti durante la manifestazione per la pace il 28 luglio 1943.

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Scritto per dare voce ad un lutto mai elaborato e mai abbastanza condiviso – condizione peraltro comune a molti altri lutti – racconta il sogno che, per il protagonista, diviene realtà dal novembre 1942 fino alla fine del luglio seguente: disegnare gli aerei all’Ufficio Avio delle Reggiane.

Il racconto si gioca su due piani di storia diversi che scorrono paralleli, si toccano e si incrociano fino a sovrapporsi nella tragedia. E’ la piccola storia del ragazzo Osvaldo che incontra la grande storia, quella che non si ferma, non ascolta e non vede, e prosegue la sua corsa fino all’esito finale.

Nel volume sono inseriti vari documenti originali delle Reggiane, risalenti a quel periodo e provenienti da Istoreco: si tratta di una raccolta di denunce, arresti, delazioni, relazioni di sabotaggi e scioperi, deferimenti ai tribunali speciali, assai suggestiva per far comprendere il clima di paura e di angoscia che regnava nella grande fabbrica. La pubblicazione del romanzo è stata supportata dallo Spi-Cgil di Reggio.

Giovedì 27 luglio Istoreco ricorda le vittime dell’eccidio nel 74° anniversario di quei fatti con una serata dedicata a coloro che sono morti mentre manifestavano per la pace, il pane e il lavoro.

Ecco il programma aperto a tutta la cittadinanza:

ore 18.45
-Ritrovo presso il Tecnopolo di Reggio Emilia
-Passeggiata guidata negli ex capannoni delle Officine Reggiane Cantiere Parco Innovazione, a cura di Stu Reggiane. Con Michele Bellelli e Alessandra Fontanesi di Istoreco
-Passeggiata su prenotazione: max 20 persone con abbigliamento adeguato per la visita a un cantiere (scarpe chiuse, calzoni).
Prenotazioni entro il 25/7 via mail a michele.bellelli@istoreco.re.it

ore 21.00
Biblioteca Ettore Borghi Istoreco, via Dante 11
-Presentazione del libro fotografico “Reggiane” di Carlo Vannini
catalogo dell’omonima mostra promossa da  Vicolo Folletto Gallery con Andrea Casoli (Corsiero Editore), Marta Scalabrini e Tiziano Scalabrini (Vicolo Folletto Art Factories).

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Il nostro libro del martedì #35

Pubblicato in occasione del 60° della Liberazione in un progetto a sostegno delle celebrazioni nazionali, “60 testimonianze partigiane”, edito da Zoolibri in collaborazione con Anpi e Istituto Cervi, introdotto da Ermanno Detti, raccoglie brani di memorie partigiane da tutta Italia, affiancandole alle immagini di 30 grandi illustratori italiani.

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“I ragazzi di Bari sentirono le stesse cose di quelli di Asti, gli scugnizzi di Napoli sentirono le stesse cose di quelli di Roma o di Imola, il sacerdote e la staffetta di Reggio Emilia sentirono quello che avevano sentito i contadini di Pesaro o di Gaeta. 

Sentirono, in sostanza, il sollievo per una guerra che stava per finire e compresero la necessità di accelerarne la fine in modo che i soldati sparsi in tutto il mondo potessero finalmente tornare alle loro case.

E sentirono allo stesso tempo che chi aveva dato inizio a quella guerra con l’intento di soffocare la libertà nel mondo doveva essere spazzato via. 

Le aspirazioni dei popoli di tutto il mondo ebbero quella volta la meglio. Come fu possibile questo comune sentire degli italiani?” (dall’introduzione di Ermanno Detti)

Le testimonianze riportate in questo libro sono scelte per contenuto, per contesto storico, per la loro unicità. Le vicende sono ambientate in diverse aree geografiche italiane (in città, in campagna, in montagna…) ed attraversano cronologicamente momenti storici fondamentale della storia d’Italia.

Gli argomenti sono selezionati per temi conduttori generali quali la paura e il coraggio, gli uomini e gli eroi, il mito e la realtà, la vita e la morte, gli uomini e le donne, gli occhi dei giovani e degli anziani…

Le testimonianze sono quasi interamente inedite, o pubblicate solo a livello locale, o solo su internet.

Gli autori delle sessanta testimonianze raccolte, trascritte ed illustrate in questo libro, sono uomini e donne più o meno conosciuti. Partigiani, partigiane, amici di partigiani, parenti di partigiani, eredi di partigiani, studiosi di partigiani, donne e uomini di tutte le estrazioni sociali che hanno conosciuto partigiani.

Le loro testimonianze dirette, narrate, scritte, registrate, sono diventate brevi racconti, che avranno nuova vita grazie alle interpretazioni degli illustratori con le loro tavole.

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Il nostro libro del venerdì #34

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da “Ricerche Storiche”, 6/1968

RICO DA REGGIO, Arrivederci bella – (racconti romanzati di vita partigiana), Reggio Emilia, Tip. Tecnograf, 1968, pp. 259 – L. 2.000

È uscito recentemente :in ristampa, questo libro la cui prima tiratura si è esaurita in un tempo relativamente breve. Più che di racconti a sé stanti, si tratta di un lungo racconto giacché un filo, anche cronologico, unisce le vicende di almeno uno dei protagonisti, Carlo, un soldato che in seguito alle vicende dell’8 settembre 1943 si trova trapiantato nella zona di Massenzatico pur essendo friulano di nascita.

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Si tratta quindi di un libro di genere letterario che, a rigore, potrebbe non essere recensito in una rivista di storia. Ma fatti, personaggi e situazioni, sono per lo più quelli della pianura reggiana al tempo della occupazione tedesca e, in certo senso, la nostra segnalazione è doverosa. Rico da Reggio, si può dire, ha intessuto la trama del suo lavoro cercando di mettere a frutto le osservazioni dell’ambiente nel quale ha vissuto al tempo della guerra di Liberazione.

E lo ha fatto con piena partecipazione, cercando di far rivivere nelle sue pagine vari tipi di partigiani contadini, descrivendone atti e pensieri, in modo da rendere lo spirito che animava alcuni dei protagonisti di quella lotta, che si svolgeva :in forma clandestina, nella stessa zona occupata dai tedeschi, coadiuvati dai fascisti repubblichini.

Certi aspetti addirittura sembrano tratti tali e ,quali dalla realtà che circondava l’autore, in Massenzatico e località viciniori, ove la lotta partigiana, come avverte Rolando Cavandoli nella prefazione, si svolse con particolare intensità.

Si potrebbe citare ad esempio la ,tipografia clandestina, il disarmo degli avieri di Pratofontana, il ricupero di molte armi effettuato presso la Stazione di Rubiera, l’attacco al traffico nemico sulla via Emilia, le case di latitanza, i rifugi predisposti per accogliere i partigiani braccati ai fascisti, la solidarietà dei contadini, il pericolo delle spie, i rastrellamenti dei nazifascisti, le torture a Villa Cucchi ecc.

Anche i problemi di fondo vi appaiono tratteggiati, prevalentemente nei colloqui e nelle discussioni tra i vari ,personaggi. Colloqui e discussioni di sapore didascalico, attraverso i quali però l’autore, come in una specie di prontuario a botta e risposta, trova il modo di portare chiarezza sulle idee dibattute a quel tempo, tra i protagonisti della lotta e tra la popolazione.

Apprezzabili, tra l’,altro, certe descrizioni della vita contadina, alla quale l’.autore si accosta quasi con venerazione, da buon conoscitore ed amico della gente semplice. Il libro ha suscitato qualche critica malevola da parte di un giornale locale, il quale è giunto a dire che Rico da Reggio serve male la causa che vuol sostenere, cioè quella della Resistenza. Dissentiamo nettamente da questo giudizio.

Si può non apprezzare lo stile letterario ed anche la meccanica del racconto. Anche a nostro avviso qualcosa non quadra, come ad esempio l’inserimento stridente dell’elemento favolistico laddove i polli parlano e riflettono; della lunghissima quanto ingiustificata elucubrazione del parroco che si fa partigiano; del finale scopertamente simbolistico e di gusto discutibile.

Ma questi ed altri difetti non intaccano minimamente il chiarissimo intento dell’autore, che è quello di far conoscere (c’è chi lo fa oggi anche coi fumetti) la guerra di Liberazione nella nostra pianura e la situazione nelle campagne in quel tragico periodo, con semplicità di mezzi e con una tecnica assai diversa da quella di un saggio, necessariamente meno analitico dei sentimenti umani e quindi meno comunicativo e appassionante.

Ci pare che il libro di Rico da Reggio possa essere utilmente letto da larghi strati popolari, i quali solitamente non osano e non possono accostarsi alla letteratura della Resistenza di alto livdlo.

È bene che ci siano di Arpino, i Cassola, i Fenoglio e i Calvino per chi ha una preparazione culturale che permette di apprezzare le finezze letterarie e filologiche, le originalità e novità del linguaggio.

Ma ci vuole anche chi sappia farsi comprendere dall’operaio, dalla casalinga, dal contadino. Altrimenti l'”elevazione culturale delle masse popolari” di cui tutti parlano non avrà senso e permarrà la fratturo tra le élite intellettuali, e il popolo delle cui epopee essi amano farsi interpreti.

Gli anziani di queste categorie popolari, sentiranno in Rico da Reggio un interprete sincero e fedele della loro vita vissuta e i giovani, che non sono tutti studenti (ricordiamolo ogni tanto), possono solo attraverso questi tipi di lettura, conoscere con relativa facilità quel fenomeno che si chiama Resistenza e lotta di Liberazione, che un giorno ebbe per protagonisti i loro padri e per teatro la loro terra.

E non ci sembra cosa di poco conto.

L’autore di quest’opera popolare ha portato un suo particolare contributo in questo senso, e noi dobbiamo essergliene grati.

Il nostro libro del martedì #34

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PAOLO BONACINI, Brigata Katiuscia, Mirabilia editore, Reggio Emilia 2010, pp. 294, 18,00 euro

Nella sua terza avventura Corrado Grisendi, il giornalista protagonista di altre narrazioni di Bonacini, si deve confrontare con Reggio Emilia, una città che non conosce e che inizia ad «imparare» attraverso un piccolo caso di cronaca, legato ad un passato lontano nel tempo, le vicende della lotta di liberazione nelle campagne del forese cittadino.

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Rispecchiando vicende degli ultimi anni, Bonacini conduce il suo personaggio a riscoprire l’umanità di una generazione che dovette confrontarsi con la durezza e le atrocità di una guerra anche civile, una guerra che non finì all’improvviso con l’arrivo degli alleati e la conquista delle città da parte delle brigate partigiane ma che ha continuato a lasciare tracce nascoste ma profonde nei tanti protagonisti del tempo. Oltre sessant’anni dopo quei giovani, quelli rimasti, sono anziani, soli, quasi perduti in una campagna mutata radicalmente ma ancora portatori di quei dolori, di quelle speranze deluse, di rimorsi e sentimenti forse mai confessati. Come ripercorrere quelle vite, come rispettare quei sentimenti sembra essere il problema che Bonacini pone al suo protagonista, in una società dove i mass media sembrano cercare solo lo scoop, la notizia clamorosa, la polemica usa e getta in chiave politica, poco importa se questo comporta lo stravolgimento non solo delle sensibilità personali ma della stessa vicenda storica, riscritta ogni volta a seconda delle necessità.

In una vicenda dove la storia si lega alla cronaca (una croce piantata per ricordare un fascista ucciso e la ricerca della salma) Brigata Katiuscia ripercorre la realtà di una banda partigiana, dei suoi membri, dei sentimenti, della violenza di quei venti mesi di lotta, diventata una «storia che non passa» e che un giovane dei giorni nostri si trova ad affrontare senza adeguati strumenti storici e culturali. L’incontro con i due giovani del ’45, che la vita e le atrocità subite ha diviso, Tom e Neve, spinge ad una riflessione che può essere declinata su più percorsi. Il primo è quello immediatamente storico: come ricostruire le vite degli altri senza esserne direttamente coinvolti, non solo a livello professionale ma, soprattutto, umano. Parafrasando un ormai consunto slogan legato proprio alle grottesche vicende reggiane degli anni ’90, l’autore esorta a un «chi non sa taccia», come comprendere i fatti senza leggere la storia nella sua interezza e complessità? Come costituire tribunali volanti sui media chiamando alla sbarra persone di cui, in realtà, i giudici di turno non sanno nulla?

Ma anche dal punto di vista di chi opera nei media il romanzo pone un interrogativo non secondario: fino a che punto essere il semplice tramite di notizie, raccolte con le approssimazioni appena accennate, e non intervenire con la propria coscienza e valutazione, mettendo al primo posto il rispetto delle storie personali, magari a scapito della «verità» o del titolo di prima pagina da offrire a un pubblico sempre meno attento e informato?

Questioni di metodo, si direbbe, ma anche questioni di cuore quando Bonacini ci conduce con delicatezza e quasi pudore alla scoperta di un amore fra quei giovani di allora, oggi anziani, un amore interrotto ma mai sopito, un amore fatto di silenzio e di ricordi, un amore che la violenza e il rimorso ha reso impossibile, decidendo delle vite di Tom e Neve ma che continua ad unirli in modo sotterraneo, un sentimento al quale sarà proprio il giornalista protagonista della vicenda ad offrire l’ultima possibilità.

Brigata Katiuscia esplora i terreni della narrazione storica ricordandoci quanto la Resistenza abbia inciso nelle vite di un’intera generazione ma anche come, sotto il profilo narrativo e mitopoietico, essa rappresenti un’occasione parzialmente perduta nella costruzione di un epos popolare in grado di superare la monumentalizzazione che tanti danni ha fatto alla trasmissione dei suoi valori. La Resistenza avrebbe potuto essere per vicende e ricchezza di umanità, nell’immaginario popolare, quello che l’epopea del FarWest è stato per gli Stati Uniti, la complessità della vicenda politica italiana lo ha impedito. Raccontare le debolezze, la dolorosa umanità di quella generazione consente, seppur sessant’anni dopo, di recuperare qualche misura di consapevolezza di quella vicenda, riportando gli «eroi» alla loro quotidianità, di ragazzi allora, di anziani oggi.

Massimo Storchi

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