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Il nostro libro del venerdì #32

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Questa recensione è tratta dal numero di RS- Ricerche Storiche n. 94 giugno 2004

Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce – L’internamento civile nell’Italia fascista
(1940-1943), Einaudi, Torino 2004.

Le ragioni e l’importanza di questo libro – che davvero «colma una lacuna” – saranno immediatamente comprese adottando un ordine di lettura in un certo senso capovolto. Consigliamo, infatti, di partire dalla «mappatura dei campi”, perché questa (apparente) appendice fornisce da sola e senza filtri un insieme di elementi che rendono palpabile la natura del fenomeno studiato: diffusione territoriale, tipologie insediative, categorie di soggetti interessati, diversità nei modi di gestione e nelle condizioni materiali.

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Si apprende così che il solo «internamento civile regolamentare”, gestito dal ministero dell’Interno, si estendeva a quarantotto luoghi: diciannove in Abruzzo-Molise, sei nelle Marche, cinque nel Lazio, quattro in Campania e Puglia, tre in Toscana, due in Emilia-Romagna e Sicilia, uno ciascuna Umbria, Basilicata e Calabria (ma quest’ultimo è il rilevantissimo Ferramonti di Tarsia). L’accurato censimento di queste situazioni consente di estrapolare l’altra mappa – quella mentale e disciplinare – con cui il regime catalogava le persone a cui voleva impedire di nuocere: antifascisti (<<italiani pericolosi”), ebrei apolidi o stranieri, cittadini di paesi in guerra contro l’Asse (<<sudditi nemici,,)’ ecc. Alcuni casi (primo fra tutti Ventotene) documentano la continuità fra confino ed internamento; ed a questo proposito è di particolare interesse la riluttanza ed il grave ritardo con cui, dopo la caduta del fascismo, il governo Badoglio dispose la liberazione dei politici antifascisti e degli internati stranieri (per questi ultimi la circolare Senise, attuativa di clausole dell’armistizio, fu diramata solo il 10 settembre 1943, con ovvie differenze nella sua applicazione, dato il generale marasma).
Alle popolazioni di lingua jugoslava (sloveni, croati, montenegrini) erano poi dedicati campi specifici in siti nazionali (nove; cui ne vanno aggiunti tre per «allogeni” italiani) o nei territori ex jugoslavi annessi (quattro, fra cui quello famigerato di Arbe/Rab, dove – conclude Capogreco cifre alla mano – la percentuale dei decessi rispetto alla popolazione internata fu superiore a quella del Lager di Buchenwald). Sarebbe superfluo insistere sul grande peso di queste informazioni per smentire l’immagine bonaria dell’Italia fascista, se questo tema fortemente sensibile e rivelatore non risultasse latitante dalla memoria ufficiale, rimosso dalla coscienza comune e sottovalutato dalla cultura accademica. Il rapporto con le popolazioni al di là o immediatamente al di qua del «confine orientale” risulta, già dai dati raccolti in questa ricerca, governato da un’intenzione coerente e da un progetto organico, per il quale non è sprecata la qualifica (almeno) di «genocidio culturale: dalle vessatorie discriminazioni delle minoranze croata e slovena annesse alla popolazione italiana dopo la prima guerra mondiale, all’aggressione e spartizione della Jugoslavia, alla deportazione di interi gruppi famigliari, comprese donne e bambini, sottoposti nei campi ad un trattamento inumano dal punto di vista igienico ed alimentare; come dire la causa forse intenzionale, certo consapevole, di una tremenda falcidie per malattie infettive ed inedia.
La sintetica cronologia dei principali atti e provvedimenti normativi (che l’A. estende dal 1926 ai primi atti della Repubblica sociale) evidenzia le radici e la continuità del progetto segregativo fascista: dai «sovversivi» dell’antifascismo, agli allogeni, agli zingari, agli ebrei. Ed è amaro, ma non sorprendente, cogliere elementi di continuità anche dopo il 25 luglio ’43; si consideri ad esempio la disposizione Senise del 2 agosto, che libera da Ventotene gli ebrei italiani, a patto che non siano anarchici o comunisti!
Dunque pur mantenendo ferma l’indagine – come appare nel sottotitolo – al periodo bellico e limitatamente al «normale” periodo fascista 0940-43), quando ancora al regime competeva la qualità di uno stato sovrano, Capogreco allarga il suo sguardo a una gamma di riferimenti informativi e critici che ne fanno una storia di più generale e vasta portata. Questa dilatazione fa sì che un complesso di fatti sinora misconosciuti o comunque privi di una ricostruzioni d’insieme vengano considerati alla luce di un duplice scrupolo: di distinzione e di contestualizzazione.
A queste finalità adempie soprattutto il primo capitolo (Una ricognizione preliminare), in cui un’attenta analisi comparativa, estesa ad epoche lontane o anche remote, consente di evitare che si confondano le carte in tavola, come accadrebbe se non si facesse i conti con certe oscillazioni semantiche nella pubblicistica usuale (tra termini come «deportazione” ed «internamento”, per fare un esempio) o non si valutassero sine ira ac studio i differenti livelli di oggettiva importanza e gravità dei fenomeni. Certo, vengono anche messe in luce le affinità fra figure distanti nello spazio e nel tempo, ma evitando con cura ogni livellante semplificazione (si veda, ad esempio, l’affermazione che, rispetto ai Lager e ai Gulag, «se non fosse per la loro primogenitura, i campi coloniali ci apparirebbero oggi come un episodio del tutto secondario).
Questo genere di argomenti, si sa, appare a livello massmediatico particolarmente affollato: accademici convertiti in «firme” sui grandi quotidiani o in presenze obbligate in televisione, giornalisti «autorevoli” assurti a dimensione di storici su qualsiasi argomento venga voglia di interpellarli, divulgatori che frequentano la storia recente per confezionare best-sellers. Tutto un affanno per il presunto inedito ed inaudito, tutta una vociante pretesa di svelare misteri colpevolmente tenuti nascosti.
Capogreco risponde con un libro che, contro la prudenza solitamente necessaria e con riguardo alla relatività di certi termini in ogni scienza interpretativa, potremmo definire «definitivo” sul problema considerato: l’ampia e documentata ricognizione dei fatti sulle fonti archivistiche, sorretta da un’amplissima bibliografia, ne fanno un’opera solidamente scientifica ed allontanano ogni indulgenza al sensazionalismo, che pure troverebbe nella materia un alimento sovrabbondante. Come s’è detto, l’attenzione dell’Autore è rivolta piuttosto a ricostruire contesti: politici, normativi (anche internazionali), sociali, di prassi tecnico-amministrativa. Ed a restituirci la concretezza delle circostanze. E esattamente l’operazione opposta a quella che l’imperversante uso politico della storia ci sta abituando a subire.

Ettore Borghi

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