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Il nostro libro del venerdì #33

C.S. CAPOGRECO, Il piombo e l’argento. La vera storia del partigiano Facio, Donzelli editore, Roma 2007,  pp. 232, euro 24,50

La Resistenza è stata fatta da uomini in carne e ossa, non da divinità alate o da super uomini affrancati da qualsiasi possibilità di compiere il «male», capaci di compiere gesta eroiche immuni da qualsiasi meschinità «terrene». Punto.

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Se questa operazione, e faccio un po’ di storia controffattuale, di «umanizzazione» dei partigiani e di riconoscimento delle contraddizioni, degli sbagli commessi e delle ombre che hanno aleggiato per troppo tempo su alcuni episodi che hanno visto vittime partigiani colpiti da altri partigiani (ricordiamo qui per tutti Mario Simonazzi Azor), fosse stata compiuta al tempo debito, forse/probabilmente l’impatto mediatico di libri mediocri e scandalistici alla Pansa non avrebbero avuto l’impatto che tutti hanno constatato, e che sicuramente si constaterà ancora. Gli autori sarebbero stati condannati per i delitti commessi, un compito della magistratura.

Il libro di Capogreco affronta un caso diverso da quello sopra ricordato, ma altrettanto tragico. Dante Castellucci Facio, di origine calabrese (Sant’Agata d’Esaro, CS, 1920) viene fucilato da partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi spezzine il 22 luglio 1944 con l’accusa di essersi appropriato, durante uno dei lanci alleato, di una piastra di mortaio. Per Capogreco un meschino pretesto per eliminare una figura che era di ostacolo ai disegni di potere che alcuni partigiani  comunisti avevano in programma.

Colpo di scena: il 19 maggio 1963, con una cerimonia ufficiale, Facio viene decorato di medaglia d’argento al valor militare. «Scoperto dal nemico – si legge nella motivazione – si difendeva strenuamente, sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi, veniva ucciso sul posto».

L’Autore, non a torto, definisce l’assegnazione della medaglia un «capolavoro di ipocrisia» (p. 142). Tuttavia, ancora nel 1968, nell’Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, curata da Pietro Secchia ed Enzo Nizza, il nome di Dante Castellucci è ignorato, come lo è nella descrizione della famosa ed epica battaglia del lago Santo (Parma, 16 marzo 1944), dove a comandare il «Picelli», era proprio il comandante Facio. E nel film di Gianni Puccini, I sette fratelli Cervi,  ricorda ancora l’A., Castellucci «è un personaggio sminuito, e inverosimile (in alcuni passaggi pressoché una macchietta) che sarebbe stato al confino di Ventotene e persino nella guerra di Spagna…» (p. 143). Ma che cosa centra Castellucci coi Cervi? L’Autore ce lo racconta nei primi capitoli, quando il confinato Otello Sarzi conobbe Castellucci a Sant’Agata d’Esaro nel 1940, seguendolo poi nelle diverse vicessitudini personali: la guerra lo porta sul fronte francese, sua terra d’adozione, mentre l’Armistizio lo troverà in terra reggiana nella compagnia di artisti girovaghi Sarzi Madadini (un altro nome: Lucia Sarzi…). E tramite Otello e Lucia entrerà alla «corte» dei Cervi fino al tragico epilogo che li dividerà: i Cervi fucilati al poligono, Castellucci, spacciatosi per soldato francese, nel carcere di Parma, dal quale riuscirà a evadere, ripreso, fuggirà di nuovo – poco prima della fucilazione dei Fratelli di Campegine – per unirsi alla formazione partigiana, vicino a Giustizia e Libertà, del Picelli, con la quale opererà tra l’Appennino parmense, toscano e ligure. E dove troverà la morte per mano, come si è detto, di partigiani garibaldini.

In questa sede, noi ci limitiamo a ricordare i passaggi, per così dire, più «macroscopici», perché l’intera vicenda umana, politica e militare di Castellucci – cui è dedicata le prima parte del volume – è raccontata da Capogreco in uno stile che al rigore delle fonti (con alcune eccezioni che più oltre segnaleremo) unisce indubbie qualità letterarie che danno al lavoro un taglio narrativo e il sapore del «giallo».

E se abbiamo rivelato le motivazione che hanno indotto l’A. a scrivere della vita di Castellucci, suo conterraneo, non abbiamo intenzione, invece, di anticipare le trame che hanno irretito tragicamente, secondo Capogreco, il giovane comandante partigiano calabrese. Entrano in gioco i rapporti fra formazioni di diverso orientamento politico, ambizioni personali di un commissario politico (Antonio Cabrelli), la necessità di una riorganizzazione delle formazioni anche a scapito degli uomini che avevano iniziato la Resistenza (su questo tema si vedano i lavori di Santo Peli).

Una sola questione rimane, a nostro avviso, in sospeso a proposito di alcune fonti e l’A. non ce ne voglia. Il Comitato militare del pci reggiano (non ancora gap) avrebbe decretato la condanna a morte di Castellucci perché l’evasione da Parma dopo i vari arresti, sarebbe stata organizzata dagli stessi carcerieri nazifascisti e quindi Facio sarebbe diventato un potenziale pericolo per la giovane organizzazione resistenziale. Una spia, in sintesi. Come un complotto sarebbe stata l’uccisione del segretario comunale di Bagnolo in Piano (RE) Onfiani da parte dei Gruppi sportivi, per eliminiare i Cervi già in carcere, invisi per la loro indisciplina o per altri motivi ai comandi comunisti reggiani. Le uniche fonti che Capogreco cita a questo proposito sono la testimonianza di Otello Sarzi a Pier Luigi Ghiggini e a lui stesso e il libro di Liano Fanti, Una storia di campagna. Vita e morte dei fratelli Cervi. Ci paiono fonti un po’ deboli deboli, ma è solo un opinione…

Il volume è completato da dieci interviste a testimoni, fra i quali Laura Seghettini, che a Castellucci fu anche legata sentimentalmente e che lo ha accompagnato fino alla morte, Otello Sarzi e Maria Cervi.

L’apparato documentario è corposo: ai documenti è unita un’ampia bibliografia e al termine del volume l’indice dei nomi e dei luoghi rende agevole la consultazione del libro. Infine il lavoro è corredato da trentatrè foto fuori testo.

Glauco Bertani

 

 

da RS- Ricerche Storiche n. 103 aprile 2007

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