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Il nostro libro del venerdì #34

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da “Ricerche Storiche”, 6/1968

RICO DA REGGIO, Arrivederci bella – (racconti romanzati di vita partigiana), Reggio Emilia, Tip. Tecnograf, 1968, pp. 259 – L. 2.000

È uscito recentemente :in ristampa, questo libro la cui prima tiratura si è esaurita in un tempo relativamente breve. Più che di racconti a sé stanti, si tratta di un lungo racconto giacché un filo, anche cronologico, unisce le vicende di almeno uno dei protagonisti, Carlo, un soldato che in seguito alle vicende dell’8 settembre 1943 si trova trapiantato nella zona di Massenzatico pur essendo friulano di nascita.

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Si tratta quindi di un libro di genere letterario che, a rigore, potrebbe non essere recensito in una rivista di storia. Ma fatti, personaggi e situazioni, sono per lo più quelli della pianura reggiana al tempo della occupazione tedesca e, in certo senso, la nostra segnalazione è doverosa. Rico da Reggio, si può dire, ha intessuto la trama del suo lavoro cercando di mettere a frutto le osservazioni dell’ambiente nel quale ha vissuto al tempo della guerra di Liberazione.

E lo ha fatto con piena partecipazione, cercando di far rivivere nelle sue pagine vari tipi di partigiani contadini, descrivendone atti e pensieri, in modo da rendere lo spirito che animava alcuni dei protagonisti di quella lotta, che si svolgeva :in forma clandestina, nella stessa zona occupata dai tedeschi, coadiuvati dai fascisti repubblichini.

Certi aspetti addirittura sembrano tratti tali e ,quali dalla realtà che circondava l’autore, in Massenzatico e località viciniori, ove la lotta partigiana, come avverte Rolando Cavandoli nella prefazione, si svolse con particolare intensità.

Si potrebbe citare ad esempio la ,tipografia clandestina, il disarmo degli avieri di Pratofontana, il ricupero di molte armi effettuato presso la Stazione di Rubiera, l’attacco al traffico nemico sulla via Emilia, le case di latitanza, i rifugi predisposti per accogliere i partigiani braccati ai fascisti, la solidarietà dei contadini, il pericolo delle spie, i rastrellamenti dei nazifascisti, le torture a Villa Cucchi ecc.

Anche i problemi di fondo vi appaiono tratteggiati, prevalentemente nei colloqui e nelle discussioni tra i vari ,personaggi. Colloqui e discussioni di sapore didascalico, attraverso i quali però l’autore, come in una specie di prontuario a botta e risposta, trova il modo di portare chiarezza sulle idee dibattute a quel tempo, tra i protagonisti della lotta e tra la popolazione.

Apprezzabili, tra l’,altro, certe descrizioni della vita contadina, alla quale l’.autore si accosta quasi con venerazione, da buon conoscitore ed amico della gente semplice. Il libro ha suscitato qualche critica malevola da parte di un giornale locale, il quale è giunto a dire che Rico da Reggio serve male la causa che vuol sostenere, cioè quella della Resistenza. Dissentiamo nettamente da questo giudizio.

Si può non apprezzare lo stile letterario ed anche la meccanica del racconto. Anche a nostro avviso qualcosa non quadra, come ad esempio l’inserimento stridente dell’elemento favolistico laddove i polli parlano e riflettono; della lunghissima quanto ingiustificata elucubrazione del parroco che si fa partigiano; del finale scopertamente simbolistico e di gusto discutibile.

Ma questi ed altri difetti non intaccano minimamente il chiarissimo intento dell’autore, che è quello di far conoscere (c’è chi lo fa oggi anche coi fumetti) la guerra di Liberazione nella nostra pianura e la situazione nelle campagne in quel tragico periodo, con semplicità di mezzi e con una tecnica assai diversa da quella di un saggio, necessariamente meno analitico dei sentimenti umani e quindi meno comunicativo e appassionante.

Ci pare che il libro di Rico da Reggio possa essere utilmente letto da larghi strati popolari, i quali solitamente non osano e non possono accostarsi alla letteratura della Resistenza di alto livdlo.

È bene che ci siano di Arpino, i Cassola, i Fenoglio e i Calvino per chi ha una preparazione culturale che permette di apprezzare le finezze letterarie e filologiche, le originalità e novità del linguaggio.

Ma ci vuole anche chi sappia farsi comprendere dall’operaio, dalla casalinga, dal contadino. Altrimenti l'”elevazione culturale delle masse popolari” di cui tutti parlano non avrà senso e permarrà la fratturo tra le élite intellettuali, e il popolo delle cui epopee essi amano farsi interpreti.

Gli anziani di queste categorie popolari, sentiranno in Rico da Reggio un interprete sincero e fedele della loro vita vissuta e i giovani, che non sono tutti studenti (ricordiamolo ogni tanto), possono solo attraverso questi tipi di lettura, conoscere con relativa facilità quel fenomeno che si chiama Resistenza e lotta di Liberazione, che un giorno ebbe per protagonisti i loro padri e per teatro la loro terra.

E non ci sembra cosa di poco conto.

L’autore di quest’opera popolare ha portato un suo particolare contributo in questo senso, e noi dobbiamo essergliene grati.

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