Biblioteca "Ettore Borghi" – ISTORECO

Il nostro libro del venerdì #32

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Questa recensione è tratta dal numero di RS- Ricerche Storiche n. 94 giugno 2004

Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce – L’internamento civile nell’Italia fascista
(1940-1943), Einaudi, Torino 2004.

Le ragioni e l’importanza di questo libro – che davvero «colma una lacuna” – saranno immediatamente comprese adottando un ordine di lettura in un certo senso capovolto. Consigliamo, infatti, di partire dalla «mappatura dei campi”, perché questa (apparente) appendice fornisce da sola e senza filtri un insieme di elementi che rendono palpabile la natura del fenomeno studiato: diffusione territoriale, tipologie insediative, categorie di soggetti interessati, diversità nei modi di gestione e nelle condizioni materiali.

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Si apprende così che il solo «internamento civile regolamentare”, gestito dal ministero dell’Interno, si estendeva a quarantotto luoghi: diciannove in Abruzzo-Molise, sei nelle Marche, cinque nel Lazio, quattro in Campania e Puglia, tre in Toscana, due in Emilia-Romagna e Sicilia, uno ciascuna Umbria, Basilicata e Calabria (ma quest’ultimo è il rilevantissimo Ferramonti di Tarsia). L’accurato censimento di queste situazioni consente di estrapolare l’altra mappa – quella mentale e disciplinare – con cui il regime catalogava le persone a cui voleva impedire di nuocere: antifascisti (<<italiani pericolosi”), ebrei apolidi o stranieri, cittadini di paesi in guerra contro l’Asse (<<sudditi nemici,,)’ ecc. Alcuni casi (primo fra tutti Ventotene) documentano la continuità fra confino ed internamento; ed a questo proposito è di particolare interesse la riluttanza ed il grave ritardo con cui, dopo la caduta del fascismo, il governo Badoglio dispose la liberazione dei politici antifascisti e degli internati stranieri (per questi ultimi la circolare Senise, attuativa di clausole dell’armistizio, fu diramata solo il 10 settembre 1943, con ovvie differenze nella sua applicazione, dato il generale marasma).
Alle popolazioni di lingua jugoslava (sloveni, croati, montenegrini) erano poi dedicati campi specifici in siti nazionali (nove; cui ne vanno aggiunti tre per «allogeni” italiani) o nei territori ex jugoslavi annessi (quattro, fra cui quello famigerato di Arbe/Rab, dove – conclude Capogreco cifre alla mano – la percentuale dei decessi rispetto alla popolazione internata fu superiore a quella del Lager di Buchenwald). Sarebbe superfluo insistere sul grande peso di queste informazioni per smentire l’immagine bonaria dell’Italia fascista, se questo tema fortemente sensibile e rivelatore non risultasse latitante dalla memoria ufficiale, rimosso dalla coscienza comune e sottovalutato dalla cultura accademica. Il rapporto con le popolazioni al di là o immediatamente al di qua del «confine orientale” risulta, già dai dati raccolti in questa ricerca, governato da un’intenzione coerente e da un progetto organico, per il quale non è sprecata la qualifica (almeno) di «genocidio culturale: dalle vessatorie discriminazioni delle minoranze croata e slovena annesse alla popolazione italiana dopo la prima guerra mondiale, all’aggressione e spartizione della Jugoslavia, alla deportazione di interi gruppi famigliari, comprese donne e bambini, sottoposti nei campi ad un trattamento inumano dal punto di vista igienico ed alimentare; come dire la causa forse intenzionale, certo consapevole, di una tremenda falcidie per malattie infettive ed inedia.
La sintetica cronologia dei principali atti e provvedimenti normativi (che l’A. estende dal 1926 ai primi atti della Repubblica sociale) evidenzia le radici e la continuità del progetto segregativo fascista: dai «sovversivi» dell’antifascismo, agli allogeni, agli zingari, agli ebrei. Ed è amaro, ma non sorprendente, cogliere elementi di continuità anche dopo il 25 luglio ’43; si consideri ad esempio la disposizione Senise del 2 agosto, che libera da Ventotene gli ebrei italiani, a patto che non siano anarchici o comunisti!
Dunque pur mantenendo ferma l’indagine – come appare nel sottotitolo – al periodo bellico e limitatamente al «normale” periodo fascista 0940-43), quando ancora al regime competeva la qualità di uno stato sovrano, Capogreco allarga il suo sguardo a una gamma di riferimenti informativi e critici che ne fanno una storia di più generale e vasta portata. Questa dilatazione fa sì che un complesso di fatti sinora misconosciuti o comunque privi di una ricostruzioni d’insieme vengano considerati alla luce di un duplice scrupolo: di distinzione e di contestualizzazione.
A queste finalità adempie soprattutto il primo capitolo (Una ricognizione preliminare), in cui un’attenta analisi comparativa, estesa ad epoche lontane o anche remote, consente di evitare che si confondano le carte in tavola, come accadrebbe se non si facesse i conti con certe oscillazioni semantiche nella pubblicistica usuale (tra termini come «deportazione” ed «internamento”, per fare un esempio) o non si valutassero sine ira ac studio i differenti livelli di oggettiva importanza e gravità dei fenomeni. Certo, vengono anche messe in luce le affinità fra figure distanti nello spazio e nel tempo, ma evitando con cura ogni livellante semplificazione (si veda, ad esempio, l’affermazione che, rispetto ai Lager e ai Gulag, «se non fosse per la loro primogenitura, i campi coloniali ci apparirebbero oggi come un episodio del tutto secondario).
Questo genere di argomenti, si sa, appare a livello massmediatico particolarmente affollato: accademici convertiti in «firme” sui grandi quotidiani o in presenze obbligate in televisione, giornalisti «autorevoli” assurti a dimensione di storici su qualsiasi argomento venga voglia di interpellarli, divulgatori che frequentano la storia recente per confezionare best-sellers. Tutto un affanno per il presunto inedito ed inaudito, tutta una vociante pretesa di svelare misteri colpevolmente tenuti nascosti.
Capogreco risponde con un libro che, contro la prudenza solitamente necessaria e con riguardo alla relatività di certi termini in ogni scienza interpretativa, potremmo definire «definitivo” sul problema considerato: l’ampia e documentata ricognizione dei fatti sulle fonti archivistiche, sorretta da un’amplissima bibliografia, ne fanno un’opera solidamente scientifica ed allontanano ogni indulgenza al sensazionalismo, che pure troverebbe nella materia un alimento sovrabbondante. Come s’è detto, l’attenzione dell’Autore è rivolta piuttosto a ricostruire contesti: politici, normativi (anche internazionali), sociali, di prassi tecnico-amministrativa. Ed a restituirci la concretezza delle circostanze. E esattamente l’operazione opposta a quella che l’imperversante uso politico della storia ci sta abituando a subire.

Ettore Borghi

Il nostro libro del martedì #32

Come rendere partecipi anche le nuove generazioni a quell’esperienza che fu la Resistenza? Prova a rispondere a questa domanda Marisa Ombra con “Libere sempre. Una ragazza della Resistenza a una ragazza d’oggi”, edito da Einaudi, il libro che vi presentiamo oggi.

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Marisa Ombra è nata ad Asti nel 1925 ed ha al suo attivo una significativa militanza come staffetta partigiana, come dirigente dell’Unione donne italiane e come presidente della cooperativa “Libera Stampa” che editava il settimanale “Noi donne”. Ha svolto ruoli di primo piano nell’Anpi e nel 2006 è stata nominata Grand’Ufficiale della Repubblica.
Qualche anno fa, mentre era a Roma, in attesa di incontrare la nipote che settantatré anni meno di lei, ma di cui avvertiva il cambiamento fisico e psichico della pubertà, ha deciso di scriverle una lunga lettera. Avvertiva il bisogno, a lungo meditato, di rendere partecipi le nuove generazioni dei valori e delle attese che erano stati a fondamento della lotta partigiana e della scelta antifascista.
Ciò che scatena in Marisa quest’esigenza di comunicare è il confronto con la realtà sociale nella quale le giovani si trovano a vivere (che non è certo quella che era stata vagheggiata nelle lunghe veglie o nelle speranze dei combattenti), ma anche il bisogno di trasmettere – finalmente!, dice lei – una visione del mondo “al femminile” contrapposta all’usuale narrazione dei rappresentanti dell’altro sesso, spesso incentrata più su fatti d’arme o su episodi politici che sulle motivazioni umane e vitali del mondo nuovo da realizzare.
Il suo racconto parte dell’esperienza anoressica che ha vissuto proprio all’età della giovanissima nipote che ora vede davanti a sé nei viali di Villa Pamphili con il suo amato cane: allora, lei dovette subire l’affronto di una prova così dura per il dolore che provò per la morte della nonna, la persona a lei più cara dopo la mamma perché era stata lei a far crescere Marisa e sua sorella minore mentre la loro madre era impegnata nel lavoro in fabbrica.
Marisa faticherà a uscire dal vicolo cieco della malattia (peraltro a quel tempo confusa con l’esaurimento nervoso), anzi sembra essere stimolata a persistere per il contemporaneo ridursi delle possibilità alimentari originato dall’inizio di quella che avrebbe dovuto essere una guerra lampo. Ed è proprio la recrudescenza della guerra a darle la forza di uscire dal tunnel. «C’erano delle urgenze. Le mie angosce potevano aspettare.
C’era qualcosa da fare subito», scrive Marisa. Infatti, a diciassette anni inizia la sua attività di staffetta partigiana e a dedicare ogni attenzione al ruolo che la vita le ha destinato, abbandonando il viluppo delle domande senza risposta sul «come e chi volesse essere».
Ma la narratrice non si lascia trasportare soltanto dai ricordi della sua militanza (seppur questi abbiano un peso rilevante nella narrazione). Il fulcro resta sempre il confronto con la realtà d’oggi, con le conquiste ottenute e le reali condizioni in cui la donna si trova a vivere settant’anni dopo la Liberazione. «Cosa è rimasto?», si chiede Marisa pensando ai progetti che erano maturati nei mesi di lotta e durante gli anni delle battaglie per le conquiste civili che hanno caratterizzato la seconda metà del secolo. E nonostante le tante sconfitte, le situazioni ancora aperte, il dolore per lacerazioni che non trovano giustificazioni in un mondo che si definisce «progredito e autosufficiente», emerge «un moltiplicarsi di segnali di risveglio e di speranza nel futuro».
Ed è con una nota di fiducia nelle nuove generazioni e nell’affermarsi di condizioni di vita rispettose delle specificità e dei valori di ognuno che Marisa conclude la sua lettera aperta, convinta che la “metà del mondo” è emersa e saprà far valere il significato della parità di genere.

Carlo Pellacani

Il nostro libro del venerdì #31

«Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo». È certamente stato questo, uno degli adagi più famosi del filosofo George Santayana, a guidare l’autore nel redigere questa «guida».

Alle spalle della linea gotica. Storie, luoghi, musei di guerra e Resistenza in Emilia-Romagna“, di Claudio Silingardi, è un lavoro, com’è diligentemente spiegato nella prima parte del libro dedicata alla contestualizzazione storica, che intende spingersi oltre rispetto alle raccolte, ampiamente circolanti nel territorio emiliano-romagnolo, a uso prettamente turistico dedicate ai «luoghi della memoria» della Seconda guerra mondiale e della Resistenza.

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Un baedeker della geografia memoriale dell’Emilia-Romagna, dunque, che della «guida turistica» ha mantenuto la carta lucida, l’impostazione grafica, l’abbondante utilizzo delle fotografie, l’ausilio di strumenti come le cartine. Ma che si è posto l’obiettivo – e ci pare lo abbia conseguito – di interpretare il «luogo» nei suoi aspetti spaziali e temporali come la chiave plastica per una comprensione più compiuta dei processi e dei soggetti che hanno contraddistinto la guerra guerreggiata e il conflitto civile «al di qua» della linea Gotica.

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LA LINEA GOTICA

In questa prospettiva, pertanto, vanno ricomprese le parti dedicate alle vicende dell’internamento e della deportazione che si soffermano sui luoghi della persecuzione antiebraica (Bologna, Modena e Reggio Emilia) e quelle dedicate ai musei ebraici di Bologna, Soragna e Ferrara. Così come quelle che si interessano al museo del combattente di Modena, al campo di polizia e di transito di Fossoli e all’esperienza di Villa Emma. Va da sé che le parti più estese del volume sono quelle dedicate alla violenza fascista e nazista (Ferrara, Monte Sole), ai rastrellamenti nelle province di Parma e Piacenza, a Bologna – non a caso definita «una città in guerra» –, al museo consacrato alla famiglia Cervi di Gattatico e alla Repubblica di Montefiorino. Un’attenzione particolare, poi, è stata dedicata alla ricostruzione degli itinerari dei sentieri partigiani sugli appennini e nelle zone lagunari. Un’utile cronologia e una breve bibliografia ragionata concludono il lavoro di Silingardi.

Un libro, quindi, che approfittando della decennale consuetudine dell’autore con le tematiche specifiche rappresenta un imprescindibile strumento per ricostruire con dovizia di particolari non solo le vicende belliche e civili degli anni resistenziali ma che, allo stesso tempo, permette una rilettura dei processi socio-culturali che in Emilia-Romagna più che in altre regioni hanno fondato e via via rielaborato il rapporto fra territorio e memoria, fra luogo e identità, fra storia e comunità.

Marzia Maccaferri

Il nostro libro del martedì #31

“Quel che resta…Storie di Guerra e di Resistenza” è un delicato omaggio che Guidotti, con tratto lieve, rende a un mondo neppure sommerso, ma in gran parte scomparso. O forse ancora vivo solo in sterili dispute politiche.

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Storie vere velate con l’occultamento dei personaggi reali che hanno compiuto le azioni raccontate quasi mai in presa diretta ma attraverso l’uso della Memoria. O evocata attraverso dialoghi fra chi c’era allora e chi è giovane oggi. O chiamando sul palcoscenico fantasmi. O facendo scontrare chi vorrebbe che la Resistenza fosse storia presente e chi invece vorrebbe diluirla in una storia ove i confini fra libertà e dittatura, fra chi torturò e chi fu torturato fossero indistinguibili. Fra questi personaggi ci sono anche gli aguzzini nazifascisti e partigiani uccisi da altri partigiani all’indomani della Liberazione. Senza sconti. E di partigiani condannati senza colpa. Chi conosce però un minimo la storia che va dal settembre 1943 al 25 aprile 1945 e oltre saprà, come un gioco, ridare ai protagonisti di questo elegante esercizio di memoria nomi e cognomi.

Uno svelamento che lasciamo ai lettori dell’agile libretto. Guidotti ingaggia una lotta corpo a corpo con la memoria di un passato che vorrebbe invece presente non tanto per nostalgia ma per omaggio a coloro che furono protagonisti di quell’epopea. Una memoria che insegna, che educa al sacrificio per il bene comune. E per raccontare questa storia divisa in racconti l’autore, che la percepisce come assenza, si affida a una scrittura crepuscolare, e quindi mai ridondante. Una scrittura riflessiva senza scatti. Una scrittura come può essere lo sci di fondo rispetto alla discesa libera. Né grimpeur né velocista ma regolare passista che si gode, con gli occhi velati di lacrime trasparenti, il panorama una pedalata dopo l’altra.

Il nostro libro del venerdì #30

Una ponderosa e puntuale ricostruzione di una realtà storica, qual è stato il rinnovato fascismo della Repubblica sociale italiana a seguito del rientro in Italia di Mussolini una volta liberato dalla prigionia di Campo Imperatore da un ardito blitz tedesco del 12 settembre 1943 sino alla Liberazione del 25 aprile 1945.
Questa è in estrema sintesi l’opera di ricerca storica “Il volto del nemico. Fascisti e partigiani alla guerra civile, Modena 1943-1945”, che costituisce un vero e proprio unicum anche a livello nazionale.

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L’autore Giovanni Fantozzi si è già reso noto ed apprezzato per precedenti ricerche storiche inerenti vicende del dopoguerra e anche della guerra: nel 1990 Vittime dell’odio. L’ordine pubblico a Modena dopo la Liberazione,1943-1946 e nel 2006 Monchio 18 marzo
1944. L’esempio che è la più accurata e completa descrizione dei misfatti compiuti nel marzo del 1944 con ben 131 civili trucidati in quel di Monchio, Costrignano e Susano, al tempo comune di Montefiorino e 22, essi pure civili, tra cui anche l’anziano parroco don Pigozzi, a Cervarolo di Villa Minozzo dai militari tedeschi della Hermann Göring.
Dopo un’ampia prima parte sulla realtà politica, sociale ed economica di Modena e
provincia che prende inizio sin dalla fine del Ducato austro-estense e dall’Unità nazionale ed arriva agli anni sempre più difficili della guerra in cui il fascismo nel 1940 aveva coinvolto l’Italia si giunge ad una parte seconda tutta dedicata al fascismo repubblicano ed alle sue molte e contrastanti anime, dai moderati ai violenti, dai continuatori del vecchio fascismo agli innovatori repubblicani e rivoluzionari, i cosiddetti «fascisti rossi o di sinistra». Quest’ultima componente prendeva origine dall’ambiente irrequieto del Guf e darà vita al periodico «Valanga Repubblicana» diretto da Rino Lavini, il cui «bersaglio più diretto e feroce di ogni attacco resta comunque il capitalismo che, dopo esser stato responsabile dello scatenamento del conflitto, tenta, per il tramite dell’alleanza con il comunismo reazionario, di mantenere i propri privilegi ai danni delle classi lavoratrici».
Interessanti poi i capitoli dedicati sia ai funzionari prefettizi ed ai capi provincia, così infatti vennero ribattezzati i prefetti del Regno: questi sono combattuti tra il lealismo alla Rsi, nuova entità pubblica da cui dipendono ed il necessario «doppio gioco» o convivenza
con il movimento resistenziale che per i funzionari più accorti rappresenta il futuro politico del dopoguerra, ritenendosi ineluttabile la sconfitta della Germania nazista.

Parimenti interessante, anche perché riempie un vuoto nella ricerca storica, è il capitolo dedicato al «precario equilibrio» degli amministratori dei comuni, podestà o commissari prefettizi.
Significativa è la specifica attenzione a due podestà dei comuni di Zocca e Nonantola che, nominati nel ruolo prima del 25 luglio 1943, continueranno nella funzione ininterrottamente sino alla Liberazione. Entrambi nel periodo ovviamente stringeranno buoni rapporti con la Resistenza.
Un capitolo è dedicato all’esercito della Rsi voluto espressamente da Mussolini con la chiamata alle armi obbligatoria di intere classi di giovani. La decisione lasciò perplesse le autorità tedesche che limitarono il loro addestramento in Germania a 57.000 unità, delle quali solo 12.000 potevano essere reclutate tra i militari del Regio esercito internati in Germania dopo l’otto settembre 1943. Vennero così costituite quattro divisioni (Monterosa, Littorio, Italia, e San Marco) che videro al loro rientro in Italia molte diserzioni anche perché vennero utilizzate contro i partigiani: solo l’«Italia» venne utilizzata in Garfagnana a Barga contro la divisione usa «Buffalo» costituita da neri.
Oltre all’esercito di leva la Rsi dette vita a corpi armati volontari come la Guardia
nazionale repubblicana, cui aderirono prevalentemente a ex-componenti della disciolta
Milizia volontaria per la sicurezza nazionale.
Alla Gnr presto si affiancò una vera e propria pletora di altri corpi armati di volontari
come il battaglione bersaglieri «Mussolini» di Verona, la Decima Mas di Junio Valerio Borghese, le SS italiane e le «ausiliarie» il primo reparto militare femminile della nostra storia.
Nell’estate del 1944 a seguito dell’avanzata alleata che libererà Roma e tutta l’Italia centrale tutte queste formazioni verranno sostituite dalle Brigate nere, e cioè dalla militarizzazione del partito fascista repubblicano.

Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alla lotta armata in montagna tra partigiani e forze armate tedesche appoggiate anche da formazioni militari della Rsi, con particolar riguardo alla operazione tedesca denominata «Wallenstein» che, tra la fine di luglio ed i primi giorni dell’agosto 1944 scompaginerà le forze partigiane che avevano dato vita alla Repubblica di Montefiorino comprendente i comuni montani reggiano-modenesi tra il Secchia e il Dolo. Pari attenzione è dedicata anche alla guerriglia partigiana nella pianura modenese.
Nel marzo del 1945 gli eserciti alleati sferrano l’ultimo attacco alla Linea gotica, sfondandola nella pianura romagnola sul fiume Senio. Nel successivo aprile gli alleati passano all’offensiva anche sugli Appennini, liberando il 14 aprile il comune di Montese.
E di qui la precipitosa fuga verso nord sia dei tedeschi che della Brigata nera, che vagheggiava quest’ultima una resistenza finale nel cosiddetto, ma nei fatti inesistente, Ridotto della Valtellina.
L’epilogo del libro è poi dedicato alle violenze del dopo 25 Aprile: «per oltre un anno e mezzo vendette ed esecuzioni sommarie a sfondo politico insanguineranno il modenese, e con maggiore o minore intensità tutta l’area emiliana».

Degna di nota è la scrupolosa ricerca delle fonti con particolar riguardo all’operato dopo la Liberazione delle Corti straordinarie di assise che giudicheranno, anche commiando
la pena di morte, quadri politici e militari della Rsi. Vanno anche citate per la loro novità le pagine in appendice con l’indicazione sia dei quadri dirigenti del fascio repubblicano, comune per comune, e la cronologia delle rappresaglie ed esecuzioni sia tedesche che fasciste, ed anche di quelle attuate congiuntamente.

Danilo Morini

Il nostro libro del martedì #30

«Un libro voluto dalle donne, che parla di donne e raccontato da donne»: così può essere sintetizzata questa esperienza di ricostruzione storica dell’attività del «movimento delle donne» negli anni Settanta a Reggio Emilia. Già questa soluzione definitoria individua il limite dell’opera “Creatrici di Storia. Il movimento delle donne reggiane degli anni Settanta nel ricordo di alcune protagoniste” di Anna Appari ed Elisabetta Salvini: espressione di singole, seppur qualificate, voci, ma non dell’intera realtà interessata; megafono di proposte genere nell’azione e nelle interpretazioni memoriali di alcune protagoniste. Di questo limite si avverte costantemente la presenza, rivelato dall’uso prevalente dell’io narrante, quasi che la Storia della collettività locale e nazionale fosse racchiusa nell’esperienza di ogni persona. È pur vero che sull’attività del femminismo (termine abusato per indicare una partizione di genere, non certo parità e uguaglianza dei sessi) non esistono molti documenti, e le fonti sono soprattutto orali. Tanto che Nadia Caiti s’era dedicata a intervistare persone che avevano partecipato alle vicende politiche degli anni Settanta, e più in generale al dopoguerra reggiano. Supplendo così a scarsità di fonti e lottando contro lo svanire – anche per motivi anagrafici – dei ricordi. Di questo va dato merito a Nadia Caiti, come ha fatto Elisabetta Salvini e come risulta da altre «storie» che in questi anni si sono avvalse della sua opera di raccolta e catalogazione.

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Meritoria è anche l’azione di supporto che il Comune di Reggio Emilia ha fornito, unitamente alla Fondazione «Manodori», per la pubblicazione del volume. Sarebbe opportuno che tali attenzioni fossero spese con maggior ampiezza, secondo un piano preordinato di valorizzazione e di divulgazione di opere dedicate al territorio e ai suoi figli migliori. Ma questo è un tema che meriterebbe altre trattazioni, involgendo temi e modi d’approccio che paiono non essere nel DNA della gestione della cosa pubblica, quindi di tutti i cittadini.

Due, in sostanza, sono i contributi su cui si basa la ricerca: quello di Elisabetta Salvini che affronta il difficile rapporto con l’UDI e il PCI: fu scelta una strada «assolutamente intimistica e il più lontano possibile dalle istituzioni politiche che, al contrario, vennero rinnegate e duramente criticate»; l’altro di Anna Appari che incentra la sua attenzione sulla nascita e sul funzionamento dei consultori femminili.
Il contributo di Elisabetta Salvini, invero, è il più consistente, quanto a entità e a temi affrontati: essa infatti descrive l’approdo e il consolidarsi di iniziative femministe a Reggio Emilia, attraverso i collettivi, l’autocoscienza e l’autodeterminazione. Ma, recuperando i materiali di Nadia Caiti, effettua anche una panoramica coinvolgente sulla
partecipazione delle donne all’attività sindacale, attraverso i coordinamenti intercategoriali.
Ed offre alle protagoniste citate una meritata ribalta, inducendo a riflettere sulla consistenza di un fenomeno di cui, oggi, si è forse persa coscienza. Il volume, che reca la presentazione di Natalia Maramotti, propone un’intrigante prefazione di Daniela Brancati la quale, dopo aver descritto la sua partecipazione ai movimenti femministi, riconoscendone limiti ed errori, consegna alle nuove generazioni la convinzione di aver fatto qualcosa per cui valeva la pena di vivere. Ed offre una giustificazione a chi crede che i ricordi sovvertano la storia, «raccontandone una più vera e più palpitante».
Il volume riporta anche le immagini di una manifestazione pubblica che il 13 aprile 1976 le donne dell’UDI e dei collettivi femministi organizzarono per contrastare l’approvazione di una legge che prevedeva ancora l’aborto come reato. Laura Artioli offre, inoltre, una riflessione avvincente sul suo coinvolgimento nella breve stagione del femminismo e sulla scarsa considerazione che pare caratterizzare la presenza delle donne nella conclamata conquista di pari opportunità nella politica. Ingenuo e acerbo l’impianto grafico del volume.

Carlo Pellacani

Il nostro libro del venerdì #27

Giunge, a diciassette anni di distanza dalla precedente, la quinta edizione di Paura all’alba, il romanzo autobiografico di Arrigo Benedetti ormai introvabile che descrive con vivezza e con puntigliosa precisione fatti e protagonisti della Resistenza reggiana.

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Benedetti, lucchese d’origine, si trova a Gazzano di Villa Minozzo nel periodo più virulento della lotta partigiana e di quelle giornate descrive, con fedeltà cronachistica da grande giornalista e con verve letteraria da scrittore di talento, gli usi e le consuetudini della gente della montagna, e gli eventi bellici che lo portano ad essere imprigionato (e condannato a morte) per avere aiutato soldati in fuga e esponenti delle formazioni partigiane. L’autore ci offre il resoconto dettagliato dell’esperienza umana ed esistenziale irripetibile di cui è protagonista nella cella del carcere (ove convive con Alcide Cervi, ancora ignaro della tragica sorte dei suoi sette figli) e della liberazione dall’incubo delle sevizie e della morte per mano della milizia fascista grazie ai bombardamenti alleati. Lo scampato pericolo consente a Benedetti di confermare l’attendibilità dello spessore valoriale della popolazione con cui si confronta durante il lungo e disagiato ritorno sui monti, ma non lo affranca dal dover rendicontare il dolore per l’efferatezza del barbaro eccidio che verrà compiuto a Cervarolo, sulla costa montana poco distante da Gazzano.

Ed è proprio su questa cronaca struggente che si conclude il romanzo di Benedetti, quasi a suggellare una storia che ha riferimenti familiari e affettivi in una terra dove lo scrittore riposa dopo la morte, assieme alla moglie Rina e al figlio Alberto. Il romanzo uscì la prima volta nel 1945 (e già allora fu oggetto di tre ristampe), poi è stato riedito nel 1965, nel 1976 e nel 1995. L’edizione attuale, anche se esce con qualche ritardo rispetto alla ricorrenza del centenario della nascita dello scrittore, supplisce alla carenza di qualsiasi risarcimento, in ambito reggiano, dell’opera e della figura di questo protagonista d’eccezione del giornalismo italiano che ha vissuto in Gazzano di Villaminozzo vicende drammatiche che ne hanno segnato l’attività di scrittore e di giornalista.
Il volume reca la prefazione di Carlo Gregoretti (che succedette a Benedetti alla guida dell’«Europeo» e ne ha ereditato il mestiere di giornalista) e una postfazione di Alberto Marchi (autore di L’ostinazione laica. L’esperienza giornalistica di Arrigo Benedetti, già recensito su queste pagine, cfr. «RS – Ricerche Storiche» n. 113 del settembre 2011) che effettua un ampio regesto critico sullo scrittore. Presentato a Reggio Emilia (Università di Modena e Reggio) e a Lucca (Fondazione Banca del Monte di Lucca) nell’ottobre 2012 con il concorso di studiosi e di giornalisti, la riedizione, a cura di Elisa Pellacani, dispone del patrocinio del Centro europeo di studi «Arrigo Benedetti» e di Istoreco.
Si tratta di un’opera che merita di essere ulteriormente divulgata, sia per la sua indiscutibile qualità letteraria (Oreste Del Buono la definì «il più bel romanzo di un giornalista che era nato per fare lo scrittore»), sia per la narrazione di vicende che – seppur note – acquistano nel resoconto di Benedetti un taglio avvincente che incide sulle coscienze di quanti si riconoscono in ideali di libertà e di democrazia. Per queste caratteristiche l’opera costituisce un riferimento insostituibile per quanti s’interroghino sulla storia della nostra terra e sull’esigenza di perseguire l’affrancamento da condizioni inique di vita per i singoli e per la comunità.

Franco Notari

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