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Tag Archives: fratelli cervi

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Il nostro libro libro del martedì #24

La storia del partigiano russo Anatolij Makarovič Tarasov, italianizzato in Tarassov, arrivato dopo varie peripezie a combattere come partigiano nel reggiano, è la nostra proposta letteraria di oggi. Il suo diario “Sui monti d’Italia”, è un classico della letteratura resistenziale, di importante valore perché ci consegnano un punto di vista particolare della lotta per la Liberazione nel reggiano e nel modenese.

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Il leningradese Tarassov, subito dopo 1’8 settembre 1943, si sottrasse alla prigionia tedesca. Fu ospite dei Cervi, operò con loro, e con loro fu catturato il 25 novembre.
Dopo alcuni mesi fuggì da un carcere veronese: e si portò nuovamente nella pianura reggiana, ove partecipò ad altre azioni armate. Conobbe varie famiglie contadine frequentando le case di latitanza ed ebbe modo pertanto’ di conoscere ed apprezzare i veri sentimenti del nostro popolo. Quindi, nell’estate, fece parte del «Battaglione russo» dipendente dal comando partigiano modenese della montagna. Con molti suoi compatrioti e partigiani italiani, attraversò in autunno la «linea gotica». Fu a Firenze, a Salerno, a Roma. Qui le autorità sovietiche lo incaricarono di tornare al Nord con il compito di ricercare nelle nostre zone suoi connazionali per favorirne il rimpatrio o l’inserimento nelle formazioni partigiane. Nell’ultimo periodo di lotta, visse con la formazione dei russi che erano incorporati nel «Battaglione Alleato» di Reggio Emilia e partecipò agli ultimi fatti d’arme di quel reparto speciale, quindi rimpatriò.
Quando Alcide Cervi andò nell’URSS, Tarassov non poté incontrarlo, ma da allora scrisse spesso a lui ed, a vari partigiani reggiani e modenesi. Si mise in tal modo a coordinare i ricordi e ne nacque il libretto, che fu edito a Leningrado nel 1960. Scopo dichiarato dello scritto, era quello di contribuire a far conoscere nell’URSS i vincoli di amicizia e di fratellanza che durante la guerra di liberazione si instaurarono tra il popolo italiano e i soldati russi sbandati.
Il testo apparve a puntate su «Ricerche Storiche» tra il 1973 e il 1974, ma le ANPI di Reggio e Modena, per farlo più largamente conoscere, lo fecero ristampare, completandolo con alcune pagine scritte dallo stesso Tarassov, dedicate in particolare ad Alcide Cervi, cosi come egli lo rivide in Italia ad oltre vent’anni di distanza.
Della parentesi straordinaria della sua vita in Italia, l’autore narra appunto nel libretto, ove parla tra l’altro dell’attività partigiana dei primi mesi e quindi dei Cervi, di Don Borghi che conobbe a Tapignola, di varie famiglie che lo ospitarono; delle vicende dei combattimenti di Montefiorino; delle sue impressioni singolari sulla situazione dei partigiani che si erano portati nell’Italia libera ecc.
L’autore, ovviamente, scrive tenendo conto degli interessi dei lettori sovietici ed anche della necessità di giovare alla causa di quei soldati dell’ Armata rossa che, finiti nelle mani dei nazisti e poi divenuti partigiani, non sempre avevano trovato in patria una piena comprensione, almeno sino al sopraggiungere del «disgelo ».
Che la sua testimonianza sia di molto interesse anche per noi, è dimostrato dal fatto che il brano di straordinaria freschezza dedicato alla cattura dei Cervi è stato a suo tempo riportato su Storia della Resistenza di Secchia e Frassati. Un altro brano è stato utilizzato da Carlo Galeotti nel suo Don Pasquino Borghi medaglia d’oro. Lo scritto di Tarassov contiene anche qualche inesattezza essendo stato impossibile per lui, straniero, conoscere in tutte le sue pieghe la realtà che lo circondava. Ma qualche neo è comprensibile in un libro che è soprattutto la testimonianza appassionata di
un protagonista di eccezione e non uno studio storico.
La traduzione è di Riccardo Bertani. Nelle note, che sono state elaborate dall’Istituto storico della Resistenza, sono da segnalare due documenti (i cui originali si trovano all’Archivio Centrale di Stato) riferentisi ai disarmi dei Carabinieri di Toano e S. Martino in Rio, operati dalla squadra di Aldo Cervi.

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Il nostro libro del venerdì #21

Laura Artioli, Ma il mito sono io. Storia delle storie di Lucia Sarzi, Aliberti editore, Roma 2012, pp. 428.

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Laura Artioli fornisce, con questa ricerca sulla figura e sull’impegno politico di Lucia Sarzi, uno spaccato della vita e dell’impegno politico di una figura di primo piano del periodo resistenziale dell’area emiliano-lombarda. Il suo lavoro, documentato e ricco di riferimenti scritti e orali, consente di scoprire ed avvalorare un’esperienza atipica e non codificata com’è quella dell’attività della famiglia Sarzi, attori che interpretano e attualizzano testi di autori famosi, da D’Annunzio a Shakespeare, a Niccodemi e Testoni, fino a storie popolari rese addirittura in dialetto. Questo percorso, che si snoda tra paesi e città di Mantova, Cremona, Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena, è centrato sulla figura di Lucia Sarzi, fanciulla, ragazza e madre. Senza indulgere in facili apologie, Laura Artioli contestualizza ogni passaggio dell’esistenza di Lucia nelle vicende e nella realtà dell’epoca, fornendo così un quadro attendibile dei problemi e delle aspettative di una generazione. E consente di realizzare un’appropriata «filatura dei giudizi politici, la ricucitura dolorosa degli strappi e delle ferite, il consolidarsi dei miti e delle rimozioni», come ha scritto Lidia Menapace nella prefazione al libro. È dunque importante l’attenzione che Laura Artioli dedica ad una donna di teatro che sapeva irradiare parole (consistenti come il piombo, si potrebbe dire) anche lontano dalla scena e che dedica gli anni più belli della sua vita (fra i diciannove e i ventisei anni) alla cospirazione contro il regime e alla lotta clandestina, con ruoli sempre più importanti.

Ciò risalta in modo particolare perché confligge con la reiterata ritrosìa di Lucia Sarzi a vestire i panni della protagonista, nascondendo la sua passione politica dietro immaginifiche avventure di saltimbanchi che dovevano difendersi da «duri inverni, solitudini, squallide stanze d’affitto, enormi fatiche» ma anche da pesanti giudizi di dubbia moralità.

In questa revisione di giudizi e di storie la vicenda di Lucia è accomunata a quella di Otello e di tutti gli altri componenti la famiglia, proponendo il racconto delle vicissitudini degli Allegrini e dei Pellerani, guitti e burattinai con i quali i Sarzi condividono ampi stralci della loro vita nomade.

La storia conosciuta di Lucia, anche per quel che riguarda l’incontro della sua famiglia con quella dei Cervi e le due famiglie, Sarzi e Cervi, vivono in stretta correlazione eventi che conducono al tragico epilogo del dicembre 1943, è una storia di memorie non scritte, di ricordi postumi, di ricostruzioni fantasiose: perché di quegli anni non esistono documenti per la necessità di lasciare meno tracce possibili e sfuggire così ai controlli e alle censure. Laura Artioli supplisce a tale carenza documentale e ad una generale imprecisione storica con il raffronto di memorie raccolte in epoche e situazioni diverse e con la verifica diretta delle fonti e raccogliendo informazioni sui posti ove si sono svolti i fatti. Il risultato è un risarcimento attendibile e meritato, e toglie quell’aura favolistica e indeterminata che caratterizza racconti che si basano su «rimandi, rispecchiamenti, depistaggi».

Tra i tanti episodi che attraggono attenzione e curiosità il volume reca la descrizione, su basi memorialistiche, del tentativo di far evadere i fratelli Cervi dalla prigione. Lucia dapprima fa arrivare ai fratelli messaggi con le modalità della fuga scritti su bigliettini incorporati nelle spalline delle maniche dei vestiti, poi cerca di fare un calco della serratura della porta della cella con la terra, per far fare una chiave e aprirla. Tentativi che non ebbero successo, nonostante fosse stata individuata qualche disponibilità di collaborazione da parte del personale carcerario, in quanto la fucilazione fu effettuata prima del previsto. Anche tali episodi testimoniano la tenacia e l’ardimento che caratterizzarono la presenza di Lucia tra le file partigiane.

Inoltre, Laura Artioli porta un contributo chiarificatore sui rapporti di Lucia con Aldo Cervi e con il russo Tarassov, e rende palese la rilevanza del lavoro di collegamento come staffetta e di coordinamento di azioni della giovane donna. Ma riesce anche a far convivere, in una vicenda imperniata su una figura femminile, l’analisi di momenti di ordinarietà (l’attività quotidiana di una madre di famiglia, di una lavoratrice) e di straordinarietà (l’apporto alla lotta di liberazione), realizzando un’analisi storica con una struttura filologica propria, non mutuata sic et simpliciter da modelli caratteristici del maschile (come viene generalmente fatto). Tanto che Lidia Menapace auspica che il metodo storiografico adottato dal libro prenda vigore, forza e legittimità umana e politica anche per il futuro.

Lo consigliamo perché…

Questo lavoro di Laura Artioli ha preso le mosse, su proposta dell’Anpi di Reggio e di istoreco, da una ricerca svolta da Maria Giovanna Vannini su Lucia Sarzi e sulla sua epopea di strenua antifascista e resistente come tesi di laurea nel 1999-2000.

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