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Il nostro libro del martedì #25

Quanto può resistere un uomo nell’attendere una morte giudicata ormai prossima? Cosa lo spinge ad andare avanti nonostante la fatica, il freddo, la fame che lo tartassano e gli fanno sembrare la gelida neve come un soffice e caldo letto in cui trovare finalmente la pace?

Queste e altre domande scaturiscono nella mente del lettore dopo aver vissuto nei panni del sottotenente medico Italo Serri la ritirata di Russia nel 1943, in seguito alla contro-offensiva sovietica che sfondò le linee dell’Asse attestate sul Don, raccontata in “Centomila gavette di ghiaccio”, di Giulio Bedeschi. 

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Bedeschi, che ha vissuto personalmente quella marcia al fianco della morte, non utilizza la forma del diario (come fece Stern), ma l’alter ego Serri, medico aggregato alla Julia dopo l’esperienza greco-albanese, una campagna che fu solo un piccolo assaggio delle fatiche e sofferenze che gli alpini avrebbero vissuto in Russia.

Come Stern, anche il nostro Bedeschi/Serri vive la guerra d’Albania che da vittoriosa e incontrastata avanzata diventerà anch’essa una ritirata salvata solo dall’alleato tedesco. Gli eventi lo aggregheranno alla gloriosa divisione alpina Julia, che dall’Albania tornerà con un medaglia d’oro alla bandiera. La cura dei feriti e le atroci menomazioni a cui sono sottoposti i soldati sono descritti con una precisione da brividi che però non scoraggia il morale dei soldati: sono tanti quelli che continueranno a combattere eroicamente con i compagni nel tentativo di salvare l’onore della brigata.

La campagna albanese non sarà niente in confronto alle pene patite in Russia. Il contrattacco russo renderà palese l’inefficienze del Corpo d’Armata Alpino relegato a difendere una pianura senza rilievi naturali, abituati e addestrati com’erano a combattere in montagna, come dimostrerà anche l’equipaggiamento: piccoli pezzi d’artiglieria e muli per il trasporto non possono competere con i mezzi corazzati e i cannoni a lunga gittata dei sovietici che fanno strage di uomini tra le linee italiane. Quello che ne consegue è una precipitosa ritirata sotto il tiro costante di nemici umani e naturali: non solo i russi, ma anche il freddo, la fame, la vista continua dei compagni che stremati si accasciano e non si rialzano più tempestano quotidianamente la marcia della colonna in fuga.

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Giulio Bedeschi

Il nostro libro del martedì #22

Non vi è periodo della nostra vicenda di popolo e di nazione che sia stato percorso, esplorato e descritto come e quanto quel terribile quinquennio della seconda guerra mondiale che va dal 1940 al 1945 e che coincide con la fase più eroica della Resistenza antifascista.

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Prima in chiave celebrativa e poi con più smagata riflessione critica, storiografi di vaglia o scrittori improvvisati, comandanti o fanti di quel singolare esercito alla macchia che fu il Corpo Volontari della Libertà, hanno consegnato a futura memoria un’enorme mole di testimonianze, di documenti, di volumi e di diari che da soli formano una ricca biblioteca. A riempirne gli scaffali hanno concorso, in notevole misura, le estese ricerche sulla Resistenza reggiana, tra le quali spicca ed eccelle la ponderosa opera di Guerrino Franzini. In essa sembra narrato ed esaurito ogni più minuto dettaglio sulla lotta di liberazione. Eppure, suolo e sottosuolo di quel periodo non è stato ancor tutto scavato. Nel corso del sessantennio nuovi studi, altri saggi, altri interventi hanno proposto nuovi aspetti e nuove fasi del pianeta Resistenza: valga a conferma il prezioso contributo di Teresa Vergalli Annuska con le sue Storie di una staffetta partigiana e valga soprattutto la più importante impresa editoriale del 2005 che va sotto il titolo Venti mesi per la Libertà. Si tratta di un volume di 430 pagine che si impone a prima vista per il pregevole impianto tipografico, per la ricca documentazione fotografica, per l’originale impaginazione, merito dell’editore Bertani di Cavriago. Se poi si considera il contenuto, non è certo con una modesta recensione che se ne può rendere l’ampiezza dei temi e delle informazioni. Basti dire che alla elaborazione dei testi hanno concorso, nell’ordine: Antonio Zambonelli (tre capitoli) Michele Bellelli (tre capitoli) Glauco Bertani, Giuseppe Giovanelli (tre capitoli) Michele Bellelli e Lella Vinsani, (due capitoli) Enrico Galavotti.

Storchipartigiani

Partigiani in Piazza del Monte

Lo consigliamo perché…

Questa serie di autori e la successiva appendice che comprende memorie inedite e le vicende resistenziali riassunte in ordine cronologico, sono già in grado di anticipare il disegno di vasto respiro che costituisce una nuova e più aggiornata della storiografia reggiana su quei venti mesi di fame, di dolore e di sangue. In essa si rivelano “le basi della nostra identità nazionale e democratica”, come afferma Giannetto Magnanini nella sua illuminante prefazione “basi costruite non solo con le armi in pugno ma fin dai lontani primordi della Resistenza antifascista, nella clandestinità, nelle carceri, nell’esilio”. Inoltre, nuova luce viene proiettata sulla deportazione di militari e civili italiani nei lager nazisti; sulle leggi razziali e sul calvario degli Ebrei; sui feroci eccidi perpetrati dai nazifascisti, tanto più estesi e feroci, quanto più andava crescendo la presenza di comunisti, socialisti e cattolici nelle file della resistenza, ivi compresa la partecipazione oscura ed eroica delle donne in prima linea o nelle retrovie. Vi sono capitoli che rimarranno vicende e protagonisti in parte noti. Altri, invece, descrivono ambienti e situazioni inedite, come i crudeli…retroscena della occupazione.

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