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Il nostro libro del martedì #26

La storia delle farmacie comunali è anche quella dell’intera città. Nate più di 100 anni fa, sono ancora oggi una eccellenza reggiana. La storia degli uomini e delle donne che hanno creduto in questo progetto è contenuta nel libro che vi presentiamo oggi: “Municipalità e welfare, i cent’anni delle Farmacie comunali riunite di Reggio Emilia”, di Glauco Bertani, Ettore Borghi, Alberto Ferraboschi, Maurizia Morini, Raffaella Seligardi e Massimo Storchi.

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Questo scritto in occasione dei primi cent’anni di vita delle Farmacie comunali riunite Reggio Emilia, oltre ad essere un omaggio al primo centenario di vita dell’azienda, è una riflessione sulla storia e il ruolo che essa ha ricoperto all’interno della società reggiana. Le FCR non furono isolata rispetto al tessuto socio-economico né tanto meno un fenomeno cronologicamente concluso entro un tempo passato, ma anzi hanno sempre costituito un sistema complesso ben inserito all’interno del divenire sociale, economico, politico e culturale reggiano. Sono diventate un elemento fondamentale dell’identità locale: il loro progressivo sviluppo è sempre stato legato alla crescita e alla modificazione dell’amministrazione comunale. Parlare dei primi cent’anni di vita delle Farmacie comunali di Reggio Emilia ha significato considerare una pluralità di storie, che riguardano da vicino i cittadini, l’amministrazione comunale, le idee politiche, la società e il suo sviluppo. Storie appunto che hanno di delineare una struttura che di anno in anno si è arricchita è modificata sempre di più, che è entrata a far parte della società reggiana per finire ad incidere su di essa in maniera forte, costituendone parte della identità locale. Il libro infatti si sofferma a riflettere sull’importanza del ruolo ricoperto dal settore pubblico all’interno dello sviluppo armonioso della società reggiana. L’attività delle FCR, infatti, si è sempre sviluppata creando una commistione armonica tra la necessaria tendenza ad assecondare le leggi statali e lo slancio verso il rispetto e la valorizzazione dei cittadini. Quanto emerge dalle pagine di questo testo è l’immagine di una realtà in cui si è creata col una forte unione tra la l’amministrazione aziendale e l’erogazione di un servizio pubblico, un nesso molto robusto tra il progresso economico e lo sviluppo della democrazia in ambito locale. Ciò è dimostrato ad esempio dalla cura diretta dell’interesse collettivo, caratteristica fondamentale che alla base dell’attività dell’azienda è sempre stata in grado di garantire risparmi ai singoli cittadini e agli enti del servizio. Alla continua specializzazione e al sempre maggiore approfondimento dei servizi alla cittadinanza del Comune di Reggio Emilia è corrisposto un crescente sviluppo dell’azienda farmaceutica reggiana e un continuo delle sue strutture fra cui ad esempio il laboratorio, il magazzino e il Servizio di Documentazione scientifica, nato dopo la chiusura del laboratorio con lo scopo di valorizzare l’informazione e la documentazione riguardante le nuove farmacologiche. Un servizio questo che ha assunto col tempo una duplice diventando da un lato pura e semplice informazione tecnica rivolta a specialisti e tecnici del settore, dall’altro educazione sanitaria per il cittadino.

Le PCR non sono state semplicemente un luogo di smercio di farmaci, parafarmaci e cosmetici, ma hanno costituito un servizio territoriale, in chiara sintonia con le funzioni sociali che il Comune di Emilia ha sempre rivestito. La loro attività è diventata da un Iato informazione, con finalità pubbliche in senso stretto, dall’altro magazzino pubblico con l’imperativo di mantenere economicamente la struttura in mano pubblica pur cercando di essere sul mercato e infine farmacia vera e propria.

Nel tempo si è sempre cercato di mantenere il patrimonio in mano pubblica in modo da riuscire a finanziare importanti di assistenza sociale. È stato anche grazie a questo genere di proventi il Comune di Reggio Emilia ha potuto estendere i propri servizi rivolti alla cittadinanza.

Tutto ciò non è che la traduzione di quella che nel corso dei decenni è stata una priorità di molti comuni emiliani, fra i quali Reggio Emilia Bologna Modena, e cioè lo sforzo di inserire l’ente locale al centro di una ricca rete di servizi e di infrastrutture che avessero come obiettivo fondamentale il benessere del cittadino.

Già con l’inizio del Novecento, sotto la spinta alla modernizzazione socialista di chiara impronta prampoliniana, le Farmacie comunali riunite furono inserite in un programma di municipalizzazione dei servizi. Dunque una modernizzazione che a livello politico-amministrativo corrispose all’esigenza di guidare lo sviluppo urbano basato appunto sulla produzione e l’erogazione di beni e servizi da parte dell’amministrazione locale.

Tracciare la storia delle Farmacie Comunali Reggiane significa delineare i momenti fondamentali della storia locale ma anche di quella italiana. Se si scorre !’indice di questo libro, o se si il ricco repertorio fotografico -che a sua volta attraverso documenti e fotografie, offre un importante excursus sull’evoluzione dell’immagine dell’azienda si può notare che alla sua struttura è stata data una suddivisione cronologica seguendo appunto i momenti salienti della storia reggiana e di quella italiana: dall’inizio alla fine del Novecento, cioè dal “socialismo integrale”, al fascismo, dalla Seconda Guerra Mondiale alla liberazione, dalla ricostruzione al boom economico per giungere alla costituzione dell’Azienda pluriservizi e ai suoi primi quasi dieci anni di vita tra 1993 e 200I.

A partire dall’inizio Novecento maturarono quei presupposti socio-economici per il decollo dell’azienda che già in epoca giolittiana erano stati abbozzati. Si adattò l’erogazione dei servizi alle forti esigenze che di lì a pochi mesi sarebbero emerse in seguito in guerra dell’Italia. Nel corso dei primi decenni del Novecento il consolidamento economico e il rafforzamento delle funzioni sociali si articolò notevolmente sempre in armonia con il progresso economico della società locale. Frutti di questo continuo evolversi furono la costituzione di un laboratorio galeno­farmaceutico, la specializzazione in nuovi servizi, la creazione di un magazzino, la nascita di una farmacia durante la guerra come centro di somministrazione di medicinali per civili e per l’ospedale militare.

Con il ventennio fascista, tuttavia, le competenze di gestione degli enti pubblici diminuirono progressivamente e tra queste anche la possibilità di coordinamento del servizio farmaceutico da parte del comune. Tutto ciò portò quindi a una involuzione notevole attraverso la privatizzazione delle farmacie mrali e un risanamento finanziario che comportò un restringimento dei servizi e una massiccia campagna di licenziamenti. te forti esigenze dettate dall’urgenza della Seconda Guerra Mondiale influirono notevolmente sull’attività delle FCR, ma conIa fine del conflitto queste ultime si riappropriarono dei servizi sospesi con il fascismo e con la guerra. Confermarono la propria leadership all’interno della rosa dei servizi municipalizzati, come dimostrano la costmzione di un nuovo laboratorio, l’aumento del fatturato e l’avvio della produzione di proprie specialità. Inflazione e crisi economica avevano aggravato una situazione già complicata. Accanto a ciò nuove richieste di licenze da parte dei privati misero in discussione il molo delle peR nel panorama socio-economico post-bellico. Con il 1948 iniziò una fase di forte espansione delle FCR che da azienda municipalizzata sì trasformarono in azienda commerciale e industriale municipalizzata. Dalla seconda metà del ’48 l’attività riprese a pieno ritmo favorita anche dall’arrivo sul mercato farmaceutico di nuovi medicinali, che imposero un adeguamento delle stmtture commerciali e distributive. Tale sviluppo progressivo si arrestò in parte nel corso degli anni Settanta, spinto dalla chiusura del laboratorio. Nel 1974 infatti le FCR chiusero il bilancio in condizioni di passività e si trovarono all’interno di un mercato responsabile di un sistema in cui il consumo andava a scapito della prevenzione. Furono promosse iniziative in grado di restituire al farmaco il proprio molo fondamentale nel recupero della salute del paziente e ciò comportò un rinnovamento dei contenuti dell’azienda in modo da tornare a percorrere la strada che l’aveva trasformato in un servizio sociale per la cittadinanza reggiana.

Questi obiettivi sono continuati nel tempo, come testimonia il nuovo statuto redatto in seguito alla trasformazione dell’Azienda da municipalizzata ad azienda speciale dove si evidenziano in modo molto chiaro le finalità delle FCR: oltre all’attività economico ­imprenditoriali, grazie all’attività scientifica e divulgativa sui farmaci e l’erogazione dei servizi alla persona le FCR hanno acquisito col tempo un molo fondamentale nella promozione della salute e del benessere dei cittadini. Emerge dunque uno dei caratteri salienti della realtà di questa azienda e cioè il fatto che attraverso la commistione di pubblico e privato si è sempre cercato di garantire ai cittadini numerosi servizi anche in tempi storici, come quello che da una decina d’anni stiamo vivendo, in cui le condizioni sociali, economiche e politiche hanno portato gli enti locali e lo stato ad abbandonare l’idea di farsi completamente carico del welfare.

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Il nostro libro del venerdì #22

Per capire la tragedia che fu il fascismo, oggi vi proponiamo una pubblicazione che racconta le conseguenze della dittatura nella nostra provincia: “Fascismo Omicida”, di Rolando Cavandoli.

L’apparire di questo secondo libretto di Cavandoli (il primo aveva per titolo Origini del fascismo a Reggio Emilia e provincia) segna un arricchimento ulteriore della indagine che si va conducendo in questi anni sul fenomeno fascista nella nostra provincia.

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Di questi brevi ma efficaci studi possono avvalersi quanti vogliano conoscere struttura e caratteristiche del fascismo nostrano soprattutto agli esordi.

Ma con “Fascismo omicida” l’autore, seguendo il dato cronologico dei decessi nel campo antifascista, spinge sia pure di sfuggita il suo sguardo su tutto l’arco del “Ventennio”.

Formula in proposito alcune interessanti osservazioni sulla “logica della violenza”, sulla “dottrina dell’omicidio”, sulla meccanica delle uccisioni e dell’azione per il salvataggio degli assassini, sulla complicità dello Stato, sulla fascistizzazione dell’apparato della Giustizia.

Egli ci fornisce anche documentate novizie sull’ azione, informativa e repressiva; notizie che caratterizzano un clima affatto sconosciuto in chi è nato in regime di libertà.

La sorveglianza capillare, casa per casa, della popolazione, al fine di impedire e reprimere le azioni antifasciste è persino i mormorii dei non pochi malcontenti, costituiva certo un forte ostacolo per gli avversari del regime.

Il partito fascista tendeva a trasformare ogni aderente in spia del proprio vicino, del proprio conoscente, del proprio familiare, e si può facilmente capire con quanta difficoltà, in quelle condizioni, la rete clandestina antifascista potesse sostenersi ed operare.

Comunque Cavandoli precisa la misura di questa difficoltà riferendo che nel ventennio 198 comunisti reggiani furono condannati dal Tribunale speciale, 128 furono inviati al confino e 124 ammoniti.

A questo quadro in cifre, manca il numero (che mai si conoscerà) di tutti coloro che hanno patito il carcere preventivo e poi sono stati rilasciati senza processo, di coloro che venivano carcerati in occasione del 10 maggio o di visite di alti personaggi a Reggio, di coloro a cui è stato intimato di lasciare il paese natale, dei fuorusciti, dei boicottati nel lavoro, dei bastonati, dei “ricinati”, ecc.

Ma a Cavandoli interessava essenzialmente trattare l’aspetto del fascismo omicida e si è soffermato pertanto sui nomi dei morti antifascisti, sulle circostanze della marre dei singoli, sulle situazioni generali del Paese in cui queste morti via via sono avvenute.

Vi contrappone un breve esame sui pretesi martiri fascisti e dimostra che quasi tutti costoro si trovavano nella posizione di aggressori nel momento in cui furono colpiti da uomini che si difendevano. Egli non ha cifre, come sarebbe stato auspicabile attendersi anche se è difficile incasellare i morti sotto una od un’altra voce, tanti e tali sono i “modi” in cui morirono gli antifascisti.

Tuttavia, chi voglia, riesce a stabilire con buona approssimazione l’entità delle perdite antifasciste dal 1921 in poi, perdite che secondo un nostro calcolo, fatto appunto sulla base delle notizie di Cavandoli, sono le seguenti: 29 uccisi dalle squadracce; 32 morti in seguito a percosse, 8 morti in carcere. Complessivamente 69 vittime, una cifra enorme se rapportata alle 5 perdite denunciate da parte fascista. Per la prima volta è possibile rendersi conto esattamente di questa grande sproporzione.

Le cifre citate hanno un loro triste significato: esisteva in molti lavoratori la volontà di difendere strenuamente le organizzazioni del proletariato, ma la lotta era impari perché avevano di fronte forze fasciste o parafasciste organizzate e armate, il cui piano era, viceversa quello di distruggerle senza badare al costo in vite umane.

Tale risultanza non è l’ultimo merito del libro di Cavandoli il cui titolo Fascismo omicida, alla luce di quei dati, assume il valore di una formula scientifica.

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Antonio Piccinini, socialista, vittima della violenza fascista

I nostri libri del martedì #10

Vicende sconosciute del dopoguerra che hanno come protagonisti madri e partigiani, ma soprattutto bambini. La storia dei bimbi inviati dalle famiglie povere, in particolare quelle del Sud, nell’imediato dopoguerra ci racconta della solidarietà tra le famiglie italiane nonstante la distruzione della seconda guerra mondiale appena conclusa. “Il sapore del pane”, romanzo illustrato da Giacomo Nanni, edito da Zoolibri, racconta l’autobiografia di Daniele Granatelli, di Lodi, che a soli quattro anni fu affidato ad una famiglia di Massenzatico, nei pressi di Reggio Emilia.

 

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Pubblicato già qualche anno fa come libro per adulti dalla casa editrice Terre di Mezzo (aggiudicandosi nel 2003 il premio Pieve-Banca di Toscana), il testo autobiografico di Daniele Granatelli esce ora in una nuova veste editoriale per ZOOlibri, adattandosi al pubblico dei più giovani grazie all’intervento di Giuseppe Zironi. E nonostante l’adattamento (o forse proprio grazie a questo, chi può dirlo), l’intensa emotività del racconto traspare in tutta la sua purezza, coinvolgendo il lettore come solo le storie veramente vissute sanno fare. Il sapore del pane, infatti, è la storia di Daniele Granatelli che, come tanti altri bambini, è stato vittima della miseria al tempo della seconda guerra mondiale. È stato per la povertà che la madre ha scelto di allontanarlo da sé e mandarlo al sicuro in campagna, grazie all’aiuto dei partigiani. Qui ha potuto crescere sano e forte, a contatto con quella dolce rudezza dei contadini che sanno esprimere il loro affetto anche senza le parole. Ma l’amore verso la nuova famiglia non servì a calmare il dolore straziante di una madre lontana e la paura di essere abbandonato.

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Lo consigliamo perché…

È vero pathos quello che si prova leggendo il racconto, così intenso ma delicato, proprio come il sapore del pane. Il testo si accompagna alle sbalorditive tavole di Giacomo Nanni, che, con pochissimi colori (rosso, grigio, bianco e nero), illustrano pagina per pagina le vicende di Daniele e si fanno esse stesse narrazione, come in un fumetto. Il suo è uno stile davvero minimalista: bastano pochi tratti, pochi particolari (sempre azzeccatissimi), per ricostruire ambientazioni e stati d’animo. E sono soprattutto le emozioni a far da padrone nelle illustrazioni, a cominciare dal senso di fragilità e impotenza infantile, comunicatoci attraverso le minuscole dimensioni di Daniele (che addirittura sembra scomparire a confronto della mamma o del partigiano), fino ad arrivare all’impazienza del bambino di ritrovare la mamma, tradotto nell’immagine del treno i cui finestrini diventano lettere che arrivano veloci a destinazione. Un albo davvero meraviglioso, intenso e commovente.

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I nostri libri del venerdì #7

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Nel settembre 1943, con il rovesciamento delle alleanze, i militari italiani si ritrovarono nemici degli ex alleati tedeschi. Salvo quelli che accettarono di affiancarsi ai nazisti e confluire nell’esercito della neonata repubblica di Salò, più di 600mila soldati italiani furono deportati in Germania e poterono rientrare in patria solo dopo la fine della guerra. In breve tempo si ritrovarono agli ultimi gradini di una scala definita in base a criteri politici, economici, razziali: dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre, che i tedeschi considerarono un “tradimento”, i militari italiani, chiamati sprezzantemente “Badoglios”, subirono infatti molte umilianti punizioni. “Gli internati militari in Germania 1943-1945” di Gabriele Hammermann, edito da “Il Mulino”, che vi consigliamo oggi, è uno degli studi più approfonditi sul tema.

Tra “quelli che dissero No” c’erano anche 7000 reggiani, catturati dall’ex alleato e rinchiusi nei campi di prigionia. Le loro storie saranno raccontate nella mostra “I soldati che dissero di No”, nella Sinagoga di Reggio Emilia, dal 14 al 5 febbraio.

Per info: http://www.istoreco.re.it/index.php?page=2934&lang=ITA

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Lo consigliamo perché…

Basato su una ricerca vastissima condotta in archivi italiani e tedeschi, nonch su memorie e interviste dirette ai reduci, questo volume si presenta come la pi completa e approfondita descrizione mai tentata sinora dell’esperienza degli Imi, gli internati militari italiani in Germania. Il libro ricostruisce sia l’atteggiamento tedesco verso gli Imi, in particolare le direttive per il loro sfruttamento come forza lavoro nell’industria bellica, sia le condizioni materiali di vita e di lavoro che ne segnarono la prigionia, dalla caduta di Mussolini al rientro in patria.

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I nostri libri del martedì #2

Bentornati alla nostra rubrica del martedì! Oggi, in occasione della XI Settimana della Salute Mentale a Reggio Emilia, vi proponiamo un libro sui progressi vissuti dalla scienza medica e psichiatrica durante la prima guerra mondiale nel territorio dell’Emilia-Romagna: Una regione ospedale: medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la prima guerra mondiale, a cura di Fabio Montella, Francesco Paolella e Felicita Ratti, Bologna CLUEB, 2010.

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E’ indubbio che ogni conflitto bellico generi morte e desolazione, ma, paradossalmente, esso è spesso in grado anche di offrire opportunità e risvegliare forze vitali assolutamente inaudite. La prima Guerra Mondiale ne è un esempio emblematico. Rappresentando una cesura importantissima nella storia dell’umanità, la Grande Guerra non solo ha falciato le vite di milioni di persone, ma, allo stesso tempo, ha messo in moto dei meccanismi unici, per i quali è stato possibile uno sviluppo della conoscenza, soprattutto nel campo medico, mai sperimentato prima. Il libro che vi consigliamo oggi offre una panoramica bellissima sull’evoluzione della scienza medica, dalla chirurgia alla neuro-psichiatria e alle tecniche di riabilitazione per mutilati, prendendo in esame il nostro territorio. L’Emilia-Romagna divenne infatti “una regione ospedale”, in quanto le necessità belliche la trasformarono in un attivo e strutturato centro di cura, dotato di regole e caratteristiche ben precise.

Suggeriamo questo libro perché…

L’idea che ai soldati debba essere garantita un’adeguata assistenza sanitaria e psicolgica non è affatto scontata. E’ interessante vedere come questa logica sia di fatto nata nel contesto della prima guerra mondiale in cui, data la ferocia e il lungo protrarsi del conflitto, la salute fisica e mentale di ogni uomo era diventata importante per un’intera nazione.

 

 

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I nostri libri del venerdì #2

Continua la rubrica di suggerimenti di lettura della Biblioteca Borghi, con un libro dedicato alle stragi naziste e fasciste nel territorio reggiano, scritto da Massimo Storchi, storico e collaboratore di Istoreco.

 

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La guerra ai civili condotta dal regime nazifascista nel territorio reggiano è il tema del libro che vi suggeriamo oggi. Una guerra vigliacca e disumana che non risparmia nessuno e in cui ogni principio morale viene svuotato di significato. Le uccisioni dei fratelli Cervi e di don Pasquino Borghi, le stragi di Cervarolo e della Bettola insieme a tanti altri episodi di efferata brutalità vengono esaminati e presentati dettagliatamente, in modo da non permettere nessun negazionismo o manipolazione dei fatti.

Lo suggeriamo perché…

Il lavoro dello storico non può limitarsi solo alla ricerca del passato, ma spesso deve anche mostrare come gli orrori della storia restino in agguato anche nel presente. Così, l’uccisione degli innocenti è un fenomeno drammaticamente attuale oggi come lo è stato durante la seconda guerra mondiale. Il libro di Storchi, grazie al lavoro sui documenti custoditi in varie istituzioni locali e in archivi italiani e tedeschi, permette non solo di contrastare la progressiva perdita della memoria sui fatti avvenuti nella provincia reggiana, ma anche di riflettere su come anche nelle “guerre moderne” le stragi della popolazione civile siano diventate la banale normalità; ed è per questo che il libro si rivela di straordinaria attualità nella nostra contemporaneità.

Riguardo a questa tematica, Istoreco partecipa all’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.

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