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Tag Archives: resistenza

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Il nostro libro del martedì #35

Pubblicato in occasione del 60° della Liberazione in un progetto a sostegno delle celebrazioni nazionali, “60 testimonianze partigiane”, edito da Zoolibri in collaborazione con Anpi e Istituto Cervi, introdotto da Ermanno Detti, raccoglie brani di memorie partigiane da tutta Italia, affiancandole alle immagini di 30 grandi illustratori italiani.

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“I ragazzi di Bari sentirono le stesse cose di quelli di Asti, gli scugnizzi di Napoli sentirono le stesse cose di quelli di Roma o di Imola, il sacerdote e la staffetta di Reggio Emilia sentirono quello che avevano sentito i contadini di Pesaro o di Gaeta. 

Sentirono, in sostanza, il sollievo per una guerra che stava per finire e compresero la necessità di accelerarne la fine in modo che i soldati sparsi in tutto il mondo potessero finalmente tornare alle loro case.

E sentirono allo stesso tempo che chi aveva dato inizio a quella guerra con l’intento di soffocare la libertà nel mondo doveva essere spazzato via. 

Le aspirazioni dei popoli di tutto il mondo ebbero quella volta la meglio. Come fu possibile questo comune sentire degli italiani?” (dall’introduzione di Ermanno Detti)

Le testimonianze riportate in questo libro sono scelte per contenuto, per contesto storico, per la loro unicità. Le vicende sono ambientate in diverse aree geografiche italiane (in città, in campagna, in montagna…) ed attraversano cronologicamente momenti storici fondamentale della storia d’Italia.

Gli argomenti sono selezionati per temi conduttori generali quali la paura e il coraggio, gli uomini e gli eroi, il mito e la realtà, la vita e la morte, gli uomini e le donne, gli occhi dei giovani e degli anziani…

Le testimonianze sono quasi interamente inedite, o pubblicate solo a livello locale, o solo su internet.

Gli autori delle sessanta testimonianze raccolte, trascritte ed illustrate in questo libro, sono uomini e donne più o meno conosciuti. Partigiani, partigiane, amici di partigiani, parenti di partigiani, eredi di partigiani, studiosi di partigiani, donne e uomini di tutte le estrazioni sociali che hanno conosciuto partigiani.

Le loro testimonianze dirette, narrate, scritte, registrate, sono diventate brevi racconti, che avranno nuova vita grazie alle interpretazioni degli illustratori con le loro tavole.

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Il nostro libro del martedì #34

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PAOLO BONACINI, Brigata Katiuscia, Mirabilia editore, Reggio Emilia 2010, pp. 294, 18,00 euro

Nella sua terza avventura Corrado Grisendi, il giornalista protagonista di altre narrazioni di Bonacini, si deve confrontare con Reggio Emilia, una città che non conosce e che inizia ad «imparare» attraverso un piccolo caso di cronaca, legato ad un passato lontano nel tempo, le vicende della lotta di liberazione nelle campagne del forese cittadino.

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Rispecchiando vicende degli ultimi anni, Bonacini conduce il suo personaggio a riscoprire l’umanità di una generazione che dovette confrontarsi con la durezza e le atrocità di una guerra anche civile, una guerra che non finì all’improvviso con l’arrivo degli alleati e la conquista delle città da parte delle brigate partigiane ma che ha continuato a lasciare tracce nascoste ma profonde nei tanti protagonisti del tempo. Oltre sessant’anni dopo quei giovani, quelli rimasti, sono anziani, soli, quasi perduti in una campagna mutata radicalmente ma ancora portatori di quei dolori, di quelle speranze deluse, di rimorsi e sentimenti forse mai confessati. Come ripercorrere quelle vite, come rispettare quei sentimenti sembra essere il problema che Bonacini pone al suo protagonista, in una società dove i mass media sembrano cercare solo lo scoop, la notizia clamorosa, la polemica usa e getta in chiave politica, poco importa se questo comporta lo stravolgimento non solo delle sensibilità personali ma della stessa vicenda storica, riscritta ogni volta a seconda delle necessità.

In una vicenda dove la storia si lega alla cronaca (una croce piantata per ricordare un fascista ucciso e la ricerca della salma) Brigata Katiuscia ripercorre la realtà di una banda partigiana, dei suoi membri, dei sentimenti, della violenza di quei venti mesi di lotta, diventata una «storia che non passa» e che un giovane dei giorni nostri si trova ad affrontare senza adeguati strumenti storici e culturali. L’incontro con i due giovani del ’45, che la vita e le atrocità subite ha diviso, Tom e Neve, spinge ad una riflessione che può essere declinata su più percorsi. Il primo è quello immediatamente storico: come ricostruire le vite degli altri senza esserne direttamente coinvolti, non solo a livello professionale ma, soprattutto, umano. Parafrasando un ormai consunto slogan legato proprio alle grottesche vicende reggiane degli anni ’90, l’autore esorta a un «chi non sa taccia», come comprendere i fatti senza leggere la storia nella sua interezza e complessità? Come costituire tribunali volanti sui media chiamando alla sbarra persone di cui, in realtà, i giudici di turno non sanno nulla?

Ma anche dal punto di vista di chi opera nei media il romanzo pone un interrogativo non secondario: fino a che punto essere il semplice tramite di notizie, raccolte con le approssimazioni appena accennate, e non intervenire con la propria coscienza e valutazione, mettendo al primo posto il rispetto delle storie personali, magari a scapito della «verità» o del titolo di prima pagina da offrire a un pubblico sempre meno attento e informato?

Questioni di metodo, si direbbe, ma anche questioni di cuore quando Bonacini ci conduce con delicatezza e quasi pudore alla scoperta di un amore fra quei giovani di allora, oggi anziani, un amore interrotto ma mai sopito, un amore fatto di silenzio e di ricordi, un amore che la violenza e il rimorso ha reso impossibile, decidendo delle vite di Tom e Neve ma che continua ad unirli in modo sotterraneo, un sentimento al quale sarà proprio il giornalista protagonista della vicenda ad offrire l’ultima possibilità.

Brigata Katiuscia esplora i terreni della narrazione storica ricordandoci quanto la Resistenza abbia inciso nelle vite di un’intera generazione ma anche come, sotto il profilo narrativo e mitopoietico, essa rappresenti un’occasione parzialmente perduta nella costruzione di un epos popolare in grado di superare la monumentalizzazione che tanti danni ha fatto alla trasmissione dei suoi valori. La Resistenza avrebbe potuto essere per vicende e ricchezza di umanità, nell’immaginario popolare, quello che l’epopea del FarWest è stato per gli Stati Uniti, la complessità della vicenda politica italiana lo ha impedito. Raccontare le debolezze, la dolorosa umanità di quella generazione consente, seppur sessant’anni dopo, di recuperare qualche misura di consapevolezza di quella vicenda, riportando gli «eroi» alla loro quotidianità, di ragazzi allora, di anziani oggi.

Massimo Storchi

Il nostro libro del martedì #29

A sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, il dibattito sull’interpretazione dei drammatici avvenimenti che hanno contraddistinto i venti mesi compresi tra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la fine dell’aprile 1945 è ancora vivo: fu lotta di liberazione, guerra civile, scontro di classe? Una fonte autentica per sapere che cosa muoveva gli animi dei combattenti della Resistenza è costituita dai messaggi indirizzati ai familiari nell’imminenza dell’esecuzione o durante il penoso trasferimento verso i campi di sterminio del Reich contenuti in “Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della resistenza, 1943-1945”, di Mimmo Franzinelli, edito da Mondadori.

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Questo libro raccoglie le lettere di cento partigiani trucidati dai fascisti o dai tedeschi e di quaranta tra oppositori politici ed ebrei stroncati dalla deportazione.
Il volume si situa a più di cinquant’anni di distanza dalle celebri Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, curate da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli per l’editore Einaudi, nel 1952. Da un lato, rispetto al classico einaudiano, il volume di Franzinelli si pone in una prospettiva di integrazione per ciò che concerne la scelta del materiale documentario: accanto a novanta lettere di fucilati, infatti, vengono prese in considerazione sia la categoria dei deportati nei lager tedeschi per motivi razziali e politici, sia quella dei testamenti spirituali – rispettivamente con quaranta e dieci testi, per un totale di centoquaranta documenti. Si trova poi in questi messaggi, in queste lettere prevalentemente di giovani; figli, mariti, fidanzati, che si rivolgono alla madre, alla fidanzata, alla moglie, ai figli, una scrupolosissima attenzione filologica che accompagna la selezione e la riproduzione dei testi, affrontate sistematicamente a partire non da successive trascrizioni, spesso viziate da alterazioni e imprecisioni di diversa natura, ma dagli esemplari originali: ciò mantenendo gli eventuali, frequenti errori di grammatica e di sintassi che vi compaiono, i quali possono derivare tanto da una scarsa frequentazione del condannato con la scrittura, quanto dagli effetti fisici della tortura o dallo sgomento provato a poche ore dalla morte. La scelta dei documenti ha cercato un’equilibrata rappresentazione delle classi sociali impegnate nel movimento di resistenza: preponderanza di contadini e operai, quindi impiegati, studenti, artigiani, militari, intellettuali (per quanto riguarda l’età, si va dai 16 ai 25 anni per due terzi dei trucidati presi in esame). Inoltre, l’indagine sui profili biografici dei morituri – volta alla preparazione delle schede personali che il curatore ha meritoriamente affiancato a ciascuna lettera – ha osservato sempre criteri impostati alla massima trasparenza e completezza. Chi sfogli questo volume trarrà, probabilmente, una sensazione di omogeneità: centoquaranta profili biografici suddivisi in quattro sezioni, con le foto degli autori, come se ad ogni condannato a morte o internato in un lager venisse offerta la possibilità di un’ultima lettera, di un commiato: in realtà diverse migliaia di partigiani e di civili sono stati uccisi senza poter rivolgere l’estremo saluto ai familiari e i loro corpi dispersi, vivi solo nel ricordo dei loro cari.
Si è discusso e si discute pretestuosamente di equiparazioni e riconciliazioni.
Simili discorsi – ovviamente neppure pensabili altrove in Europa – cesserebbero di avere statuto nel dibattito pubblico della nostra nazione, se solo si tornasse a prestare ascolto alle voci, irriducibilmente contrastanti, di coloro che si vorrebbe equiparare e riconciliare. In questo senso il libro di Franzinelli ci induce a un «ritorno alle fonti» quanto mai salutare: è un libro che ha inteso accettare, prima di altre, la «sfida contro l’oblio» e che esce in segno di «dolorosa riconoscenza» nei confronti «di chi è stato ucciso per essersi opposto alla dittatura fascista e all’occupazione nazista». È illuminante il confronto – sostenuto da numerosi esempi empirici – che il curatore propone, nell’Introduzione, fra le ultime lettere dei caduti della Resistenza e quelle di chi è morto combattendo nelle file della Repubblica sociale. I secondi in cui riuscivano a scrivere ai propri cari piuttosto regolarmente; il messaggio essenziale che comunicavano era la loro permanenza in vita tra un’azione di guerra e l’altra. I primi non scrivevano per non mettere parenti e amici a rischio di ritorsione; quando lo facevano – ammesso che fosse dato loro il permesso, cosa nient’affatto scontata – era per trasmettere la notizia della loro morte imminente. Terreno comune, negli epistolari dei due schieramenti, si riscontra solo nella dimensione privata del lutto, nel dolore che pervade il congedo dai parenti e dalle persone amate: il dato affettivo è quello dominante in entrambi i casi, come ripetute sono anche le espressioni di fede religiosa.
I messaggi più toccanti sono quelli rivolti ai figli, sia dai condannati a morte che dai deportati; alcune lettere dovranno attendere anni prima di essere lette e comprese dal destinatario. L’ultima lettera rappresenta una prova molto dura per il condannato, una sfida con se stesso per trovare il coraggio di staccarsi da tutti gli affetti, per togliersi dalla mente l’idea di un futuro, per sé. Il messaggio che ci viene oggi dalla lettura di queste lettere pone degli interrogativi morali di grande spessore: anche se l’attuale società non ha nulla in comune con quella contro cui gli scriventi si sono ribellati; cosa abbiamo fatto della società che ci hanno affidato? Cosa abbiamo fatto del loro ideale di solidarietà? Che significato abbiamo dato alla loro morte?

Lella Vinsani

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