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Il confine orientale e il Giorno del ricordo: un percorso di lettura

Si parla di pagine oscure, mai chiarite a proposito dei tragici fatti che segnarono la storia del confine orientale italiano all’indomani dell’8 settembre 1943 e dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel maggio 1945. Ma la bibliografia esistente sulle foibe parla chiaro. «A livello nazionale – scrivono F. Longo e M. Moder in un bel libretto, anche se datato, Storia della Venezia Giulia, 1918-1998. Da Francesco Giuseppe all’incontro Fini-Violante, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004 – esistono quintali di libri, più o meno seri a disposizione di chi volesse veramente sapere».

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Per una panoramica generale sul problema delle violenze di massa, conosciute come “foibe giuliane” (“foibe” è il nome delle voragini carsiche diffuse in tutta l’area di frontiera tra Italia, Slovenia e Croazia in cui vennero precipitati i corpi di molte delle vittime) come sul dibattito storiografico e sull’uso politico della questione Raoul Pupo – nel saggio Due vie per riconciliare il passato delle nazioni? “Italia contemporanea”, dicembre 2016, n. 282 – suggerisce titoli quali: Giampaolo Valdevit, Foibe. Il peso del passato, Venezia Giulia 1943-1945, Venezia, Marsilio, 1997, con saggi dello stesso Pupo, Roberto Spazzali, Nevenka Troha, Giampaolo Valdevit; Darko Dukovski, Rat i mir istarski: model povijesne prijelomnice (1943-1955), Pola, C.A.S.H., 2001; Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003; Elio Apih, Le foibe giuliane, Gorizia, Leg, 2010. In particolare sulle violenze della primavera del 1945: Raoul Pupo, Trieste ’45, Roma-Bari, Laterza, 2010. Per un diverso punto di vista vedi Jože Pirjevec, Foibe. Una storia d’Italia, Torino, Einaudi, 2009; Luisa Accati, Renate Cogoy (a cura di), Il perturbante nella storia. Le foibe: uno studio di psicopatologia della ricezione storica, Verona, QuiEdit, 2010.

Spesso, però, sorge il dubbio sul fatto che si voglia veramente sapere circa quegli avvenimenti. L’agile libretto di Longo e Moder – cercatelo perché ne vale la pena (anche se la data di edizione non aiuta certamente) – toglie qualsiasi alibi per cui lo consigliamo non solo a coloro che sono interessati o per diletto o per studio o per ragioni personali alla storia di quella regione di confine, ma anche, e soprattutto, a coloro che, professionisti della politica, per un confuso senso di storia condivisa (con la memoria dei post fascisti che Pupo, giustamente, definisce «un’infelice formula») dimenticano che gli infoibamenti sono innanzi tutto la conseguenza di vent’anni di regime monarco-fascista e non il tragico risultato del regime “slavo-comunista”, secondo la definizione della destra.

La data del 10 febbraio, fissata per il Giorno del ricordo (2004), coincide con il giorno in cui nel 1947 venne firmato il trattato di pace con l’Italia che prevedeva la cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di quasi tutta l’Istria. Una coincidenza che «portava insita in sé una forzatura tutt’altro che lieve […]. Non c’è dubbio infatti – scrive Pupo – che nella memoria dei profughi giuliano-dalmati la firma del trattato di pace sia sempre stata considerata come l’evento fondante della loro tragedia, mentre date alternative, che pur erano state proposte, non possedevano alcun valore simbolico riconosciuto. Ma è anche vero che quell’opzione poteva – e, nei desideri di taluno, voleva – ridare fiato a quanti, coerentemente con la tradizione nazionalista, imputavano alla “debolezza” dei governi democratici e antifascisti del secondo dopoguerra l’accettazione del “diktat” del trattato di pace e il conseguente esodo, obnubilando le responsabilità del fascismo nell’aver condotto l’Italia in guerra a fianco dei nazisti e, sempre a fianco dei nazisti, nell’aver aggredito e smembrato la Jugoslavia, che al tavolo della pace poteva quindi presentarsi tra le fila delle vittime e dei vincitori».

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Tutti gli storici seri non parlano di “pulizia etnica”, ma piuttosto di ragioni politiche – e di vendette nei confronti degli italiani quali rappresentanti dello Stato fascista – che collocano nella giusta (anche se drammatica) prospettiva e nel contesto storico di allora le foibe.

La data così ravvicinata della Giornata del ricordo alla Giornata della memoria della Shoah, celebrata il 27 gennaio, «sembrava fatta apposta – scrive ancora Pupo – per suscitare fraintendimenti e confusione che, puntualmente, si sono verificati, anche se in misura ridotta. Del resto, tale appunto era l’intendimento esplicito di alcune frange più radicali dell’associazionismo degli esuli, contigue all’estrema destra italiana, da tempo impegnate a presentare foibe ed esodo quali atti genocidari, bisognosi di un riconoscimento pari a quello della Shoah. Quel che lascia più perplessi, al riguardo, è non solo che una certa condiscendenza verso un’impostazione del genere fosse silenziosamente presente anche nelle associazioni più moderate della diaspora giuliano-dalmata, ma che il legislatore, pur avvertito, abbia preferito non accorgersene».

La drammaticità di quelle morti non è certo messa in discussione ma per capire, che non significa giustificare genericamente, è importante non scordare che esse furono anche il frutto della confusione che regnò in Istria, soprattutto all’indomani dell’8 settembre ’43, quando nelle file dei partigiani (italiani, sloveni e croati) si infiltrarono quelli «dell’ultima ora».

Secondo Pupo è la «debolezza culturale della destra italiana, soprattutto in campo storico,[che] ha procurato serie difficoltà ai suoi sostenitori tutte le volte in cui si è trattato di passare dalla retorica celebrativa alla riflessione storiografica, alla divulgazione di alto profilo e – soprattutto – alla costruzione di percorsi didattici».

Il libretto dei due giornalisti, arricchito di un’intelligente bibliografia ragionata sull’argomento, consente una rapida, ma non superficiale, conoscenza della complessa storia della Venezia Giulia da Francesco Giuseppe all’incontro Fini-Violante al Teatro Verdi di Trieste – tradizionalmente considerato il “tempio dell’italianità giuliana” – nel marzo 1998. «Al riguardo – continua sempre Pupo nel saggio più volte citato – sono stati espressi giudizi assai diversi: vi è chi fra gli studiosi ha accusato con parole di fuoco la sinistra italiana di essersi venduta al nazionalismo e chi invece ha visto in quell’incontro un progresso sostanziale per la democrazia italiana». Per saperne di più su questi due opposti punti di vista vi consigliamo: J. Pirjevec, Foibe, Una storia d’Italia, Torino, Einaudi, 2009; cit., e Liborio Mattina, Democrazia e nazione: dibattito a Trieste tra Luciano Violante e Gianfranco Fini, Trieste, Eut, 1998.

L’articolo di Pupo – che potete scaricare dal sito della Franco Angeli – discute il modo in cui da parte italiana è stato gestito il problema della “riconciliazione” fra l’Italia, Slovenia e Croazia, dopo la fine della guerra fredda. Fornisce, inoltre una ricca bibliografia – che solo in parte abbiamo sopra riportato, per cui vi rimandiamo all’articolo citato – sulle politiche di occupazione italiana, sui rapporti fra i partiti comunisti italiano e jugoslavo. Qui vogliamo segnalare, in particolare, le riviste “Qualestoria” (di cui vanno ricordati anche i due numeri monografici 2007/1 e 2016/1 dedicati entrambi alla storiografia slovena) e “Storia contemporanea in Friuli, la prima edita dall’Irsml di Trieste e la seconda dall’Ifsml di Udine. Riviste disponibili nella nostra biblioteca.

Una storica controversa del confine orientale, non citata però nella bibliogtrafia di Pupo, che tra l’altro è stata ospite alcuni anni fa del nostro Istituto, è Alessandra Kersevan, la cui produzione saggistica potete scaricarla dal sito.

Vi segnaliamo inoltre che dal nostro sito è scaricabile sia la mostra documentaria in 10 pannelli della Fondazione Memoria della Deportazione, sia gli Atti del convegno “Fascismo, foibe, esodo” tenutosi a Trieste nel settembre 2004.

Infine anche “RS-Ricerche storiche”, la nostra rivista, ha toccato il tema del confine orientale pubblicando sul n. 111/2011 con un articolo di Cristina Carpinelli scritto in ricordo di Marco Aurelio Rivelli, uno studioso del confine orientale, particolarmente attento al rapporto tra Chiesa e nazionalismo croato.

Il nostro libro del martedì #12

La storia di Giovanni Cuccu – Samassi (Cagliari), 14 ottobre 1914/21 ottobre 2005 – non è una semplice e scontata biografia, ma è la vita di un combattente partigiano coraggioso e amante della libertà. Nella autobiografia”Le stelle ci guidano”, edito da Cuec, riviviamo l’infanzia e la scelta di passare con i partigiani jugoslavi di Giovanni, detto “Ivo”, mentre è centinaia di chilometri di distanza da casa.

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Giovanni era un povero e laborioso agricoltore che risiedeva a Samassi (un piccolo centro vicino a Cagliari) assieme alla sua numerosa famiglia, composta dai genitori e da sei figli. Partiva militare nel 1935 con destinazione il 71° Reggimento fanteria di stanza tra Mestre e Venezia. Venne poi richiamato, nel 1940, nel 45° Reggimento fanteria di Cagliari e destinato alla Compagnia cannoni anticarro. Giovanni a causa di una malattia otteneva una lunga convalescenza. «(….) Avevo appena cominciato a gustare la vita del congedato – scrive Cuccu –, quando ricevetti una cartolina che mi chiamava all’arruolamento nella MVSN, Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, il corpo creato dai fascisti. A me i fascisti non erano mai piaciuti, neppure quando ero bambino; e non mi attirava per niente avere a che fare con tutti quei caporioni vestiti di nero che circolavano per il paese dandosi arie di padreterno e destando un senso di angoscia per le loro lugubri uniformi. Così, subito dopo aver letto la cartolina, l’accartocciai e la gettai nel camino: i miei genitori, che ne avevano seguito la lettura, mi guardarono sgomenti (…)».

Giovanni Cuccu renitente alla leva, veniva accompagnato al carcere militare di Cagliari, successivamente a Lanusei e infine, nel marzo del 1942 al carcere militare di Gaeta. La liberazione dalla detenzione comportava la partenza per il fronte.

A questo proposito scrive Cuccu: «(…) lì, ci dissero, ognuno di noi avrebbe lavato con l’ardimento le macchie del passato. (…)». Il sardo, veniva destinato alla Jugoslavia, nella regione di confine tra Slovenia e Croazia, in forze al 23° Reggimento di Fanteria “Gorizia”, con sede a Crnomelj e, in seguito al 3° battaglione “Isonzo” il cui comando si trovava a Metlika. Questo era un battaglione di punizione nel quale si impiegavano armi pesanti. Giovanni Cuccu veniva assegnato nella Compagnia mitraglieri. In terra slava, la Compagnia “Isonzo” doveva difendere la cittadina dagli attacchi dei partigiani «(…) in queste occasioni alle unità regolari dell’esercito – scrive – si aggregavano anche gruppi di militari fascisti, italiani e jugoslavi del posto, noti per le loro ribalderie e la loro crudeltà (…)». Giovanni n terra slovena intrattiene buoni rapporti con la popolazione locale, riuscendo ad intrattenere rapporti di amicizia leale e duratura. Nell’estate 1942 compiva un gesto di estrema gravità nei confronti della dittatura mussoliniana, ovvero rifiutava la tessera del fascio, che il Duce concedeva a tutti i militari che si trovavano nei Balcani.

Da questo momento inizia la sua latitanza nell’esercito di liberazione jugoslavo, che lo farà diventare un’eroe nazionale nella tera di Tito.

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Partigiani italiani a Pola

Lo consigliamo perché…

La storia documentata di un partigiano sardo che ha combattuto sui Balcani nelle Brigate del Maresciallo Tito. Dall´infanzia passata nelle montagne del villacidrese con il padre pastore, agli anni di una gioventù tormentata dalla seconda guerra mondiale. Le foto e i documenti che attestano una storia starordinaria che seppure ormai lontana nel tempo rimane drammaticamente attuale.

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